Serj Tankian: Imperfect Harmonies non è una sfida

Abbiamo incontrato l’istrionico cantante in occasione della sua data bolognese. Una chiacchierata partita discutendo sull’imminente “Imperfect Harmonies”, nuovo sorprendente disco dell’ex System Of A Down…

Sei consapevole del fatto di aver composto un disco potenzialmente ‘pericoloso’? Perché si tratta di qualcosa di realmente complesso, e richiede molti ascolti prima di essere assimilato: credi che i tuoi fan siano pronti per questo genere di cose?
Sì.
Ok.
(Risate) Ci riprovo, in effetti sono stato un po’ brutale.
Ma pensi che i tuoi fan siano in grado di ‘maneggiare’ tutto ciò e che siano preparati ad affrontare questa sfida da parte del loro artista preferito?
Non credo che si tratti di una sfida. Sai, io non ho mai scritto lo stesso tipo di disco, sia con i System Of A Down sia quando ho composto i miei dischi solisti, e infatti “Imperfect Harmonies” è differente da “Elect The Dead”; credo comunque che tutto questo sia quello che devo fare in quanto artista e, per come li conosco, credo che i fan dei System Of A Down non siano quel genere di persone che vogliono sentire le stesse cose in continuazione, album dopo album. Insomma, ‘c’est la vie’, ognuno ha il diritto da fare quello che sente di voler fare. Ho però da farti io una domanda, in quanto giornalista: non pensi che sia pericoloso chiedere alle persone delle loro dinamiche espressive e presumere che vogliano sempre fare lo stesso tipo di musica?
Beh, forse sì. Touchè.

Ascoltando il disco, ho notato un cambiamento di climax fra “Electron” e “Gate 21”. È stata solo una mia impressione oppure hai voluto veramente creare un’atmosfera più rilassata e riflessiva per una delle più belle tracce del disco, “Yes It’s Genocide”?
Ogni canzone nel disco richiama un certo tipo di arrangiamento: “Gate 21”, ad esempio, non richiamava l’uso della batteria, delle chitarre, sentivo che questi strumenti non sarebbero stati adatti per un pezzo che alle mie orecchie suonava nettamente ‘classico’: per questo ho scelto un arrangiamento prettamente classico, con piano, archi, etc. E lo stesso è accaduto per “Yes It’s Genocide”, un altro brano che condivide con il precedente questo tipo di sensazioni; è una canzone molto intima e malinconica, e richiede anch’essa un arrangiamento per piano, con qualche spruzzata elettrica, l’uso della fisarmonica e, ovviamente, dell’orchestra. Mentre ci sono altre più cariche, come “Electron”, che richiedono invece dei beat più marcati, le chitarre a pieno regime…insomma, dipende dalle canzoni, è il ‘mood’ di esse che indica gli strumenti che devono essere utilizzati.

Sei legato a qualche canzone in particolare, oppure ognuna di esse è importante per ragioni differenti?
Ognuna di esse è importante, anche se c’è una manciata di pezzi che spicca comunque sugli altri: “Yes It’s Genocide” è fra queste, così come “Gate 21”, e tra le mie preferite c’è sicuramente “Reconstructive Demonstrations”. Non so perché mi piaccia così tanto, probabilmente ha quel particolare ‘odore’ che la distingue dal resto.

Ma c’è qualche brano che è stato lasciato fuori dalla tracklist finale?
Sì, ci sono quattro o cinque pezzi che ho deciso di non inserire nel disco e che utilizzerò per qualche altra occasione. Ce n’è uno, “Goddamn Trigger”, che non è stato incluso nell’album ma che sta per essere distribuito esclusivamente tramite iTunes; si tratta di una canzone davvero bizzarra, ricca di spunti sarcastici, diversa da tutte le altre, sembra quasi la colonna sonora di un videogame, in cui è presente sia l’orchestra sia molta elettronica, insomma qualcosa di davvero divertente!

Pensi di aver realizzato alcuni dei tuoi sogni? Hai cantato in un gruppo nu metal dal grande successo, hai composto due grandi dischi solisti, hai suonato con un’orchestra, e via elencando…come ci si sente ad aver raggiunto così tanti obiettivi?
Sai, è il mio lavoro, sono un artista e un artista si deve dedicare a fare sempre cose diverse nella sua vita. E io sto continuando a farne di nuove: adesso, dopo “Imperfect Harmonies”, ci sarà la prima di un musical che ho scritto insieme a Steven Sater, una novità per me. Sto scrivendo una sinfonia per orchestra fra il jazz e la classica, e anche in questo non mi sono mai cimentato in passato. Poi ci sono i libri di poesia…in breve, quello che faccio da sempre è costringere me stesso, in quanto artista, a intraprendere sempre imprese nuove e stimolanti, a mettere alla prova me stesso; nello stesso tempo cerco di creare musica di qualità, attraverso la ‘voce’ che mi è stata data. E non intendo la voce in senso fisico, ma la mia ‘voce’ artistica.

E ora? Quali saranno i tuoi prossimi passi nel creare, suonare, scrivere e comporre musica?
Come ti ho anticipato in precedenza, ci sarà il debutto di questo musical, “Prometheus Bound”, ispirato a un’antica tragedia greca, che avverrà il prossimo marzo all’American Repertory Theater di Cambridge, Massachusetts. Poi verrà pubblicato un mio libro di poesie la primavera dell’anno prossimo. La mia sinfonia jazz – classica che spero dovrebbe essere eseguita entro fine dell’estate prossima…poi ancora tanta, tanta musica. Tra questa, mi piacerebbe realizzare un disco totalmente acustico; ho appena realizzato un disco che contiene duecento tracce d’incisione diverse, per quello acustico mi piacerebbe utilizzarne due, solo chitarra e voce, oppure piano e voce, qualcosa di assolutamente puro! E ancora potrei fare un disco di jazz, ho pronte alcune canzoni che potrebbero andar bene per un progetto del genere; magari con voce femminile, chiamando una cantante mia amica, con alcuni bravi jazzisti, e contaminando il jazz con l’elettronica…insomma, c’è ancora molto materiale che devo sviluppare. Tra l’altro, a pensarci bene, ho tantissime canzoni non ancora pubblicate davvero confuse, incasinate, particolari, dai titoli paradossali, che potrebbero riempire quattro album: ecco, mi piacerebbe riunirle e pubblicarle, verrebbe fuori qualcosa di simile a una “Frank Zappa Collection”, qualcosa di folle!

Guardandoti indietro, e considerando la tua intera carriera, mi sapresti indicare il punto più alto e quello più basso che hai toccato come musicista?
Questa è una domanda alla quale è davvero difficile rispondere…sai, suono da 22 – 23 anni, e non posso certo lamentarmi. Lavoro duro e amo quello che faccio, mi alzo ogni giorno eccitato per quello che sto per fare, cerco sempre di avere nuove idee per quello che realizzo…sì ci possono essere momenti più duri, ma fa parte della vita, alti e bassi. Non saprei proprio indicare il punto più alto e quello più basso.

Ma qual è stata la svolta della tua carriera, il momento più importante?
La svolta c’è stata quando ho deciso di dedicarmi alla musica come impegno primario per la mia vita. In quel periodo facevo altro, lavoravo per una ditta di software, e avevo anche abbastanza successo…ma ho capito che solo facendo musica potevo essere felice e che dovevo lasciare quello che stavo facendo. Quella è stata la mia svolta, dopo sono sempre andato dritto per la mia strada.

Qual è la tua opinione sull’industria musicale? Fai parte di quella schiera che supporta la musica ‘libera’ per tutti, o invece credi che internet e il download illegale abbiano ucciso la musica e gli affari inerenti ad essa?
Penso che la verità stia nel mezzo di questi due estremi. Perché la gente che scarica musica gratis danneggia certamente gli affari delle etichette discografiche, ma allo stesso tempo scoraggia le stesse ad investire negli artisti emergenti. È questo il problema. Così le label finiscono per fare solamente investimenti sicuri, come Hannah Montana e roba simile, prodotti che sono puramente commerciali, semplicistici e che garantiscono un notevole ritorno economico senza dover rischiare nulla. In questo senso internet ha sicuramente rivoluzionato il biz, mettendo in crisi non solo le discografiche ma anche tutto l’apparato di distribuzione e tutto ciò che ruota intorno agli aspetti commerciali della musica. Questo ha reso le cose più dure per tutti noi, perché non è solo questione di fare meno soldi, ma il problema è che hai meno strumenti a disposizione per creare e sviluppare la tua musica. Io personalmente non mi lamento, sono in giro a fare quello che mi piace ancora adesso e sono grato di questo, ma è più difficile per i nuovi artisti emergere, perché non c’è nessuna volontà di investire in loro. L’aspetto positivo è che, grazie ai profili sulle pagine di internet (myspace, facebook, etc.), è più facile per le nuove band fare e distribuire la propria musica, è questo è un bene.

Quindi, come vedi il futuro per gli artisti e le band? Tramite l’auto distribuzione? Le etichette digitali?
Credo che prenderà piede un sistema basato sulla sottoscrizione, sull’ascolto e sull’auto distribuzione, e sul download digitale direttamente dalle pagine dell’artista. In parole povere: se sono un artista che apprezzi, mi supporti pagandomi un tot al mese, all’anno o quello che viene stabilito…in breve, dovrebbe esserci un rapporto diretto fra l’artista e il fruitore musicale. Quindi il futuro potrebbe riservare anche delle sorprese positive.

Sei sicuramente un musicista piuttosto diverso rispetto alla maggior parte di essi. Hai una laurea in economia, sei un attivista politico, porti avanti importanti battaglie, ad esempio con la tua fondazione Axis of Justice. Come ti senti in una società basata sulla celebrità e sull’intrattenimento?
Cerco di scindere le due cose. In ogni industria, quindi anche in quella dello spettacolo, c’è un aspetto puramente commerciale, così come ci sono indipendenti e major in ogni settore degli affari. Devi sempre saper gestire questo dualismo. Comunque, credo che la cosa importante in ogni attività sia la qualità, e che il cambiamento possa avvenire proprio grazie a questa effettiva qualità del lavoro che viene svolto. Sulla celebrità, sulla fama invece…per me queste sono tutte cazzate. L’unica cosa veramente importante è il lavoro, è l’arte, e credo che un artista debba sempre cercare di rimanere concentrato su questo. Per il resto, dico sempre che l’unico vantaggio dell’essere celebre è trovare un buon posto al ristorante quando questo è pieno; altrimenti è solo una gran rottura. A me, semplicemente, piace il mio lavoro: mi piace creare musica, mi piace condividere la mia musica con gli altri, mi piace sapere che la mia musica può ispirare altri artisti, e mi piace essere ispirato dalla musica degli altri. Adoro sedermi insieme ad altri artisti e parlare di cose stimolanti, di poesia, musica, film, sentire l’energia che viene scambiata attraverso questo tipo di attività.

Un’ultima domanda: pensi davvero, come Bono, che la musica, se in supporto a giuste cause, possa cambiare il mondo?
In un certo senso sì. Perché la musica è un ‘medium’ attraverso il quale si crea un’ispirazione intuitiva, immediata, con il quale ognuno può connettersi. Soprattutto, può ispirare le persone ad una sorta di ‘pensiero positivo’, e tale pensiero cambia la tua percezione del mondo, in altre parole il tuo cuore, inteso come sentimento intuitivo. Una volta che il tuo cuore è mutato, ecco che esso ottiene la capacità di rinnovare la tua mente, ossia il tuo pensiero razionale. E quando è la tua mente, la mente di ognuno a cambiare, ecco che cambiano anche le prospettive in cui si guarda al mondo, e quindi sì, ecco che il mondo, in questo senso, è davvero cambiato.

Stefano Masnaghetti

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