Shearwater, intervista a Jonathan Meiburg in occasione del concerto di Milano

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Tra un paio di settimane gli Shearwater suoneranno a Milano per l’unica tappa italiana del loro tour europeo. Potrebbe volerci un po’ perché tornino nuovamente da queste parti, suggerisce Jonathan Meiburg, quindi non bisognerebbe farsi sfuggire l’occasione di ascoltarli dal vivo.
Il gruppo di Austin ha alle spalle dodici anni di tour, che li ha sballottati in giro per il mondo, nella buona e nella cattiva sorte, e proprio come un matrimonio con la strada, hanno deciso di celebrare il dolce connubio pubblicando “Fellow Travelers”. L’album traccia idealmente i legami, musicali e personali, che la band ha stretto nel corso degli anni, tramite una raccolta di cover di artisti con cui si sono trovati a condividere palchi, mezzi di trasporto più o meno infausti, gioie e sventure. La particolarità del disco è che gli artisti originari sono stati invitati a collaborare alla lavorazione dei pezzi, con la postilla di non poter suonare sui loro stessi brani. Così, Chris Clemmons dei the Baptist Generals ha preso parte alla rivisitazione di “Tomorrow” dei Clinic, che a loro volta hanno arricchito “Fucked Up Life” dei Generals con organo e drum machine; Jesca Hoop si affianca alla voce di Meiburg per “Cheerleader” di St. Vincent; David Thomas Broughton lascia il suo particolarissimo contributo a “I Luv the Valley OH!” degli Xiu Xiu, mentre la sua “Ambiguity” viene rivisitata e accompagnata dall’arpa e dal rumore delle onde.
Essere in tour è un’espressione di fede: in te stesso, nei tuoi amici, nella speranza che il mondo abbia un posto per te”, spiega Jonathan Maiburg, con cui ho avuto il piacere di parlare dei progetti futuri della sua band, della vita on the road, dei negozi di dischi e, soprattutto, del nuovo album.

“Fellow Travelers” è un album interamente composto di cover, una scelta a suo modo molto coraggiosa.
Infatti, quel disco ha confuso parecchie persone. È strano perché quando si fa una cover, si corre sempre il rischio di creare una versione peggiore dell’originale. A prescindere dalla tua opinione, per alcune persone quella canzone, quella band, può essere la preferita in assoluto e difficilmente apprezzeranno la tua versione, semplicemente perché non è l’originale. Ho cercato di scegliere delle canzoni in cui potessi inserirmi in qualche modo, o che comunque potessi modificare, rendere mie.

Uno degli aspetti più interessanti dell’album è che la raccolta di cover funziona alla perfezione, è un lavoro organico. Era un obiettivo che vi eravate prefissati sin dall’inizio o è stato più un risultato raggiunto in corso d’opera?
È sicuramente un risultato che si ottiene lavorando su un disco ma per me è sempre un obiettivo ben preciso. Credo che se un album non ti accompagni in un viaggio, non si possa considerare un successo. Anche se ormai sono poche le persone che ascoltano gli album per intero, a volte mi chiedo per chi è che continuo a farlo.
I personaggi presentati nelle diverse canzoni sono tutti disfatti, seppur in modi diversi. L’ho notato osservando quali canzoni mi attraevano maggiormente: quando ho deciso di avviare questo progetto, ho pensato alle band con cui siamo stati in tour e a tutte le loro canzoni e avevo un’ampia selezione di brani splendidi tra cui scegliere. Ho cercato di scegliere quelle con cui sentivo di potermi identificare e alla fine le canzoni con cui sono entrato in comunicazione, in un modo o nell’altro, ritraevano dei personaggi confusi, in una sorta di stato di angoscia. Ma mi piace molto come nell’ultima canzone, “Fucked Up Life”, si passi al punto di vista di una terza persona. Si fa un passo indietro rispetto all’aspetto prettamente personale e si osserva dagli occhi di chi è vicino al personaggio cui è rivolta la canzone, un amico o un compagno, e si percepisce un’enorme tenerezza. È come quando hai un amico che sta attraversando un periodo molto difficile e sai che il solo modo che ha per venirne fuori è superarlo ma non puoi aiutarlo. E nonostante tutto, gli vuoi bene. Credo fosse il punto perfetto dove concludere il disco.

Come mai hai scelto di non far suonare gli artisti originali sulle loro stesse canzoni?
Non volevo si sentissero in obbligo di approvare la nostra versione delle canzoni.

Eri preoccupato che in qualche modo potessero non apprezzare la vostra versione?
Ovviamente, poteva anche non piacergli e me ne sarei dispiaciuto ma non è tanto quello il punto. Non volevo si sentissero come se gli stessi chiedendo… di mettere il loro timbro di approvazione sulla mia versione delle loro canzoni.

Qual è stato il vostro approccio alle canzoni? Lavorare su delle cover piuttosto che partire da zero è più o meno impegnativo?
Da un lato è più semplice, perché non devi creare tutto da zero, quindi hai un po’ l’impressione di star iniziando una scalata da metà ed è ottimo! Poi però ti rendi conto del rischio di poter metter insieme qualcosa che non decolli. È un tipo di sfida diversa. Quando abbiamo registrato il disco, abbiamo dovuto procedere molto in fretta perché non avevamo molti soldi, quindi abbiamo dovuto prendere delle decisioni rapide anche sul modo di approcciarci alle singole canzoni, restando poi fedeli a quella scelta. È stato molto eccitante, effettivamente, e anche divertentissimo ma al tempo stesso molto snervante, perché per ogni canzone avevi un’unica possibilità e dovevi far sì che funzionasse.

L’album è un tributo ai vostri tanti viaggi, ai vostri instancabili tour, documentati attraverso le relazioni musicali che si sono create. Qual è il ricordo più brutto e il ricordo più bello che conservi di questi viaggi?
Il momento peggiore… Parecchi anni fa abbiamo suonato a Sheffield, in Inghilterra, e c’erano tre persone al concerto. C’era un ragazzo che voleva fare a botte con me perché era ubriaco e due studenti che avevano una band e volevano darmi il loro cd. Non avevamo soldi né altro e alla fine siamo riusciti a convincerli a lasciarci dormire nel loro dormitorio. Solo che siamo finiti nella cucina: eravamo per terra, nel dormitorio dell’Università di Sheffield, in pieno inverno, ed eravamo stesi lì a congelare, in una cucina lurida. Quella notte presi una tosse che mi diede il tormento per due mesi. Ero steso lì e pensavo: “Perché? Perché lo sto facendo?” [ride]

E il momento migliore?
È che ce ne sono davvero tanti, di “momenti migliori”…

Forse è proprio perché ci sono così tanti “momenti migliori” che continui a farlo, dopotutto.
Esatto! È per quello che tieni duro. Praticamente ogni concerto conserva uno dei nostri momenti migliori. È anche per questo che ho scelto di dedicarmi a questa carriera anziché, ad esempio, al cinema: quando giri un film, ci vuole un anno di riprese e deve andare tutto per il verso giusto perché è costosissimo e se sbagli è la fine. Ma nel mio campo, se un concerto va male, ne hai sempre un altro la sera successiva.
Sono pienamente consapevole di star eludendo la domanda [ride], è solo che ho talmente tante immagini che mi passano per la testa al momento perché ormai sono 12 anni che siamo in tour.

Al momento siete al lavoro sul vostro prossimo disco. A che punto del processo siete e puoi darci qualche anticipazione?
Si chiama “Jet Plane and Oxbow” e al momento è solo una gran confusione ma siamo a metà del processo. È molto diverso dai nostri dischi precedenti, ci sono una malinconia e un’energia che per noi sono insoliti, o se non altro nuovi, direi. Dal punto di vista sia musicale che emotivo, sto cercando di collocare l’album nel 1980, perché credo che sia un anno che ha molto in comune con il momento attuale. Era un momento di trepidazione, cambiamento e paura, e c’era la sensazione che la tecnologia avrebbe cambiato ogni cosa, anche se nessuno sapeva ancora in che modo, e se ne sentono gli echi nella musica dell’epoca. Penso a dischi come “Peter Gabriel 3” o “Remain in Light” o “Scary Monsters”: sono tutti album usciti nel 1980 e se da un lato abbracciavano la tecnologia, dall’altro si riusciva a percepire una sorta di terrore. A noi piace sempre tentare di cogliere sia gli aspetti positivi che negativi delle cose. Ora, nel 2014, viviamo in un mondo che sta subendo un cambiamento concreto, nel bene e nel male, per via di internet, della nostra crescente consapevolezza dell’operato dell’uomo sulla Terra e sul clima: in un certo senso, credo che siamo in un momento altrettanto cruciale e teso.

Avete pubblicato uno split-single con i Low per il Record Store Day’s Black Friday. Quale importanza hanno avuto per te i negozi di dischi? Cosa ne pensi del sopravvento del digitale e credi ci sarà un futuro per la musica in formato fisico?
Spero proprio di sì. Voglio sostenere i negozi di dischi il più possibile perché sono luoghi speciali, dove si può scoprire nuova musica, un compito che non si può affidare solo ad un algoritmo. E conservo tantissimi splendidi ricordi legati alla musica che per me ha avuto un ruolo rilevante, ancor prima che diventassi un musicista. Per quanto mi riguarda, credo c’entrasse molto anche la confezione dei dischi. Osservavo sempre la copertina del disco che stavo ascoltando, fosse di musica classica o Sesame Street o qualunque altra cosa, e pensavo che l’immagine, in qualche modo, dovesse rappresentare la musica. Così continuavo a fissare la copertina cercando di scoprirvi la musica raffigurata. All’epoca non mi ero reso conto di quanto potesse essere arbitraria la scelta dell’artwork, io lo prendevo molto sul serio. Non avere una copia fisica di un disco sembra dare l’idea che la musica sia scadente.

A proposito di artwork, chi è l’artista della copertina di “Fellow Travelers” e cosa rappresenta?
È un team di artisti, gli stessi con cui abbiamo lavorato anche per “Animal Joy”, “The Golden Archipelago” e “Rook”. Si chiamano Kahn & Selesnick e non capisco ancora come mai non siano famosi in tutto il mondo. Sono di New York e creano delle bellissime installazioni che uniscono pittura, scultura e fotografia per creare un mondo immaginario. Ho usato una selezione dei loro lavori per i nostri dischi e per “Fellow Travelers” in particolare ho scelto una serie che aveva come tema Marte e che mi piaceva moltissimo. Nell’illustrazione si vedono due figure, l’una di spalle all’altra ma al tempo stesso legate insieme e non si riesce a distinguere se si stiano allontanando o avvicinando. L’ho subito trovata una metafora splendida per la vita in tour. Quando sei in tour con altre band, o anche con la tua band, le persone che sono con te sembrano i soli esseri tridimensionali al mondo perché tutto il resto ti scorre davanti a gran velocità. Quindi che ci si piaccia o meno, si è costretti a restare insieme e si diventa l’uno parte dell’altro: credo che la copertina rispecchi alla perfezione questo concetto e si leghi anche molto bene con il tema delle canzoni di cui parlavamo prima.

L’8 maggio tornerete in Italia per un concerto al Circolo Magnolia che avrà come special guest Jesca Hool.
Sì, Jesca Hool suonerà con noi. È un’artista incredibile, riesce davvero a emozionarti. Suonerà in apertura ai nostri concerti e poi sul palco insieme a noi. Ci siamo conosciuti perché avevamo lo stesso booking agent, che ci ha portato in tour insieme un paio di anni fa. Siamo fellow travelers.


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