Intervista a Steve Harris: gli Iron Maiden non sono ancora arrivati alla Final Frontier…

Foto di Francesco Zanet

Gli Iron Maiden dominano palchi e folle oceaniche da trent’anni e hanno da poco pubblicato un nuovo disco: ecco cosa pensa Steve Harris, bassista e leader storico della band, di “The Final Frontier”, recentissima release dei Nostri…

E’ d’obbligo chiarirsi subito con un titolo del genere. Molti l’hanno visto come un chiaro segnale del raggiungimento dell’ultima frontiera per la band stessa: “Gli Iron Maiden non sono ancora arrivati alla loro frontiera finale, diciamo così. Voglio dire mi aspettavo che molti si sarebbero fatti questa domanda vedendo il titolo dell’album, ma io spero e credo che saremo in grado di andare avanti ancora per qualche anno e fare un altro disco. Abbiamo di fronte un tour lunghissimo per supportare quest’uscita e tutta un’altra serie di iniziative che stiamo verificando, vedremo cosa succederà ma per togliere dubbi a chiunque non vedo proprio per quale motivo non dovremmo fare un altro disco.
Bene, avevamo bisogno di questa rassicurazione, un po’ come abbiamo bisogno del lieto fine nelle favole e di come ci servono conferme nelle cose di tutti i giorni per vivere meglio. Gli Iron Maiden andranno avanti. Sospirone. Leggero gesto di esultanza. Ora analizziamo l’incredibile “The Final Frontier”, platter che ha spiazzato fan, critica e detrattori per partito preso: “Cerchiamo sempre di far suonare i dischi da studio il più ‘live’ possibile, anche perché poi vogliamo effettivamente suonare i pezzi che componiamo. A questo giro, devo essere sincero, non posso dire che sia stato tutto così facile e lineare come al solito: ci sono molti campi di tempo e pezzi molto lunghi specialmente nella seconda parte di disco e abbiamo dovuto provare a lungo prima di andare in sala d’incisione. Siamo tornati ai Compass Point Studios dopo quasi venticinque anni, avevamo fatto tre dischi in quel posto a suo tempo, l’atmosfera è stata da subito incredibile, c’erano vibrazioni positive ovunque. A dire la verità eravamo inizialmente scettici per il sistema che Kevin Shirley aveva adottato, in pratica eravamo in due cameroni separati ma grazie alle cuffie era come essere nella stessa stanza. Di solito odiamo le cuffie ma devo ammettere che il set up delle cuffie era incredibile, eravamo veramente a un passo uno dall’altro anche se in stanze diverse. Nicko era presente da subito, Bruce era in una piccola stanzetta ma c’era una porta di vetro che ci permetteva di essere immediatamente in contatto anche visivo con lui. Un’esperienza nuova e dannatamente coinvolgente.

Si è parlato di “The Final Frontier” come il miglior disco dall’88 a oggi, del disco più progressive di sempre per gli Iron Maiden, del disco più spericolato della band, di quello più sperimentale, tutto torna? “Probabilmente stiamo invecchiando, è per questo che suoniamo più prog…scherzi a parte è un’evoluzione che abbiamo avvertito tutti noi, rispetto a “A Matter Of Life And Death” le canzoni sono più varie e strutturalmente diverse. Non è stata una cosa voluta, ci sentiamo a nostro agio a scrivere brani più lunghi e articolati, non necessariamente vogliamo suonare progressive, probabilmente non ci interessa nemmeno scrivere un vero e proprio pezzo prog ma se guardiamo gli ultimi cinque pezzi del disco è innegabile che questa vena ci sia e sia anche evidente. Non so nemmeno dare una motivazione specifica e credibile sul perché accade questo, è un processo naturale che si è innescato in piccola parte già da “Dance Of Death” direi. Se questo è il miglior disco da tempo? Queste sono valutazioni che lascio a chi lo ascolta, posso solo dire che siamo veramente soddisfatti del risultato finale, anche lavorare nuovamente con Kevin Shirley è stato magnifico. L’ho sempre apprezzato come persona, è un tipo diretto che se deve dirti qualcosa non ci gira intorno, sa quando è il momento di mettersi seriamente al lavoro e quando è il momento di ridere. Penso che abbia individuato immediatamente le potenzialità della band e abbia capito quanto potessimo spingerci in là, magari anche sperimentando qualcosa di insolito, era il momento di farlo ed è stato bravo a farlo.

A proposito di sperimentare, l’avvio di “Satellite 15…The Final Frontier” è davvero spiazzante. Alzi la mano chi non si è chiesto dopo i primi quattro minuti di disco se stesse davvero ascoltando il nuovo Iron Maiden: “Questo pezzo ha avuto una genesi molto diversa dal solito, ho parlato con i ragazzi e gli ho detto chiaramente che avrei voluto sperimentare modi diversi di registrare, modi diversi di mettere insieme le idee e senza la necessità di registrare in una volta sola il pezzo. In questo caso Adrian aveva in testa il pezzo di apertura con l’intro molto diversa da quanto abbiamo fatto di solito, un brano diverso, misterioso, con un mood elettronico e anche sci-fi volendo. Abbiamo quindi messo insieme questa parte con l’altra più tradizionale. Onestamente non so se Adrian avesse pensato tutto il pezzo in questo modo, fatto sta che quando l’ha ascoltata  è rimasto molto colpito dal risultato finale. Credo sia il modo migliore per iniziare il disco.
“El Dorado” invece, singolo di lancio, ha lasciato abbastanza perplessi anche i fan più oltranzisti, oltre a lasciare spiazzati sulla scelta operata alla luce degli altri brani presenti sul disco: “Vedi è sempre difficile scegliere il singolo apripista, specialmente quando hai per le mani un album così vario e diverso. Abbiamo scelto El Dorado perché credevamo sarebbe stato un ottimo pezzo da concerto, anche se ammetto che non è rappresentativa per nulla dell’insieme contenuto in The Final Frontier. Credo che El Dorado sia un gran pezzo da suonare on stage e che abbia anche qualcosa del sound e del vibe tipico dei Thin Lizzy.

Chissà se per promuovere “The Final Frontier” gli Iron Maiden gireranno ancora sul gigantesco aeroplano che li ha visti protagonisti del “Somewhere Back In Time Tour” immortalato sul dvd Flight 666: “L’esperienza è stata incredibile, aver la possibilità di volare ovunque volessimo decidendo in prima persona le tempistiche da osservare è qualcosa di impagabile. Tuttavia è stata comunque una faticata non da poco, conta poco essere su un volo privato o su uno di linea, ci si stanca terribilmente, figurarsi Bruce che doveva anche pilotare un 757 Air Force One. Tuttavia è difficile pensare che torneremo sui voli di linea con tutte le misure di sicurezza e le restrizioni che sono presenti normalmente, non abbiamo ancora pensato a come ci muoveremo al momento, vedremo a tempo debito…

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