Steve Lukather

Di passaggio nel nostro paese per alcune clinic in diverse città italiane, abbiamo passato qualche minuto insieme con lo storico chitarrista dei Toto Steve Lukather. Gentilissimo e disponibile, nonché intento a degustare una bottiglia di vino “di quello buono”, c’ha raccontato un sacco di cose che cercheremo di sintetizzare nelle prossime righe.

6 aprile 2009

“Venire in Italia per me è fantastico. I fans si sono sempre dimostrati incredibilmente accoglienti e affezionati, siete un popolo molto vero, leale e appassionato sul serio alla musica. Inoltre, parlando dal punto di vista umano e non artistico, qui ho un sacco di amici. Adoro il vostro paese, c’è un cibo grandioso, dell’ottimo vino (prosit, ndr), le donne sono bellissime, è pieno di monumenti e di posti stupendi…sì insomma sono un grosso fan dell’Italia!”

“Fare queste clinic è motivo di soddisfazione per me. Quand’ero un ragazzo…sì sono stato giovane anch’io dopo tutto (risate, ndr)…ho avuto pochissime occasioni di vedere i musicisti che amavo in un contesto diverso dal semplice concerto. Riuscire a incontrare delle persone che sono veramente interessate al mio lavoro, alla mia passione è una cosa bellissima. Mi piace parlare, confrontarmi, mettere a disposizione la mia esperienza e ciò che ho imparato sul campo specialmente ai più giovani, a quelli che magari si sono avvicinati da poco a questo genere di musica. Ovviamente poi si suona, si canta, ci si diverte, ma vedo come parte vitale di questi appuntamenti la sezione didattica. Ti dirò ultimamente si vedono tanti ragazzi giovani, è grande vederli con gli occhi illuminati a pochi metri da me, credo che questa emozione mi derivi dal fatto che dopo tutto sono anch’io un padre, ma effettivamente vedere età così basse alle mie clinic o ai miei concerti è qualcosa di strabiliante se ci pensi bene, dannazione siamo nel 2009 e ancora c’è voglia di vedere il vecchio Steve!”

“Ultimamente la musica è diventata di plastica, di ampio consumo e soprattutto di rapido consumo. Non per niente c’è in atto una crisi economica non da poco che sta colpendo anche il mercato della discografia. Una volta un disco che vendeva molto faceva un paio di milioni di copie nella prima settimana, andava dritto al numero uno, adesso se ne vende duecentomila è roba da strapparsi i capelli, e va sicuramente al numero uno. Penso che ci sia stata molta superficialità un po’ in tutti gli ingranaggi che regolano il mondo della musica, il dato di fatto è che ora un disco non lo si ascolta più come una volta, si consuma in fretta e magari non si ascolta mai fino alla fine. È diventato anche difficile comporre e concentrarsi al massimo su tutte le tracce di un album, si fa molto prima a registrare un paio di singoli decenti e basta, fanculo il resto…qualche filler, qualche idea riciclata e il disco è fatto, anzi si fa troppo presto a registrare un disco oggigiorno. Quando io muovevo i primi passi dovevi farti un culo così per mettere insieme tutti i pezzi necessari alla creazione di un lp, dovevi passare ore a imparare le parti, a registrarle, a provare e riprovare, non c’era tutta la tecnologia che c’è ora…ovvio non voglio passare per il vecchio nostalgico di un’era che non c’è più, la tecnologia è ottima ma bisogna sfruttarla al meglio per rendere efficace una base di conoscenze che deve esserci e deve essere stata allenata con costanza, abnegazione e pazienza. Non c’è più il cuore nella musica, non c’è il groove, il feeling nel comporre un pezzo. Santo dio ora pare che tutti debbano suonare a trecento all’ora, tutti a shreddare come dei disperati, oppure la batteria…ecco la batteria oramai è defunta: doppia cassa a nastro, trentamila colpi al minuto…basta, veramente basta! Provate a mettere un po’ di gusto, un po’ di tocco, un po’ di personalità, di idee, di semplicità nelle composizioni, la musica non è un esercizio o una gara per vedere chi suona più veloce degli altri. Ogni tanto ci sta anche lo shred, per carità anch’io posso farlo, ma la musica buona è altro. Insomma è un po’ come fare sesso, se carichi come un toro senza mai fermarti ti piacerà qualche volta, ma perderai tutto il gusto di farlo con calma, sperimentando, divertendoti, godendoti il momento e ciò che stai componendo…sì nel senso…mi capisci no? (risate quindi prosit, ndr)”

“Non dico che non ci sia buona musica in giro, ad esempio “Ok Computer” dei Radiohead è uno dei miei album preferiti di sempre, c’è talmente tanta genialità e tanta classe dentro quel disco che ancora oggi suona attuale, è bello in ogni suo aspetto. La vera differenza rispetto a una volta è che ora hai diecimila uscite al mese, molte delle quali simili ad altre, gruppi clone, dischi fatti con il pro-tools…ovviamente diventa complicato scegliere o trovare qualcosa che merita davvero. Tornando al discorso di prima, è normale che se una discografica insegue il successo rapido, che però verrà a mancare dopo poco tempo, il mercato si saturi di dischi inutili. Fortunatamente ora che faccio il manager di me stesso e che non devo più dividere il 50% dei miei compensi con qualcuno che non è mai di fianco a me quando lavoro, ho lasciato da parte le logiche di mercato, le necessità delle etichette e boiate del caso. Faccio la mia musica, cerco di soddisfare me stesso e i fans e continuo a seguire la mia strada senza dover accettare scomodi compromessi. In tutto questo mi sto trovando davvero bene con la Frontiers Records, un’etichetta (italiana, ndr) che sta facendo un lavoro ottimo in termini di promozione e anche di relazioni pubbliche, ho fatto uscire con loro il mio ultimo album solista ed è ancora con loro che sono tornato per queste clinic nel vostro paese.”

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