The Bastard Sons Of Dioniso (Press Conference)

La seconda edizione di X Factor è ormai terminata da parecchi mesi, e il power trio del trentino sta gradualmente riappropriandosi delle dimensioni che gli son proprie: quella del lavoro in studio e quella del sudore sul palco. Il nuovo disco, “In Stasi Perpetua”, è già nei negozi, e la band inizierà a fine novembre un tour che la porterà dal Canton Ticino (Bellinzona) fino al sud Italia (Bari).

22 ottobre 2009

Che i ragazzi facessero sul serio, e che non fossero affatto un gruppo costruito a tavolino, lo si era già abbondantemente intuito. Stupisce sempre, però, la loro spontaneità e la loro passione genuina verso la musica, intesa in ogni sua sfumatura, da Monteverdi ai Black Sabbath.

Detto questo, sono loro i primi a riconoscere l’utilità della partecipazione al noto talent show non solo sotto l’aspetto della pura visibilità mediatica, ma anche per quanto riguarda la loro crescita musicale: “La nostra esperienza ad X Factor ci ha aiutato soprattutto a livello vocale. Questo l’abbiamo notato noi e anche molti altri, che ci han fatto rilevare quanto siamo migliorati nel canto dalla prima all’ultima puntata del programma. Si è trattato di un vero e proprio allenamento, perché in quel periodo non abbiamo fatto altro che cantare. Oltre a questo, abbiamo maturato un approccio diverso quando lavoriamo sui nostri pezzi, un modus operandi differente, anche se il materiale è più o meno lo stesso. Gaudi l’abbiamo voluto come produttore artistico del nostro album perché con lui s’è subito instaurato un ottimo rapporto umano: dopo aver superato la prima puntata, gli abbiamo subito dato un demo con due pezzi: uno era “Swan Song”, che poi sarebbe diventato “L’amor carnale”, l’altro era “Io non compro più speranza”. Glie l’abbiamo dato perché eravamo curiosi di sentire un suo parere; era una delle prime persone di spicco che conoscevamo. Lui, premettendo che non riesce a non essere sincero, ci ha detto che era una bomba. Questo ovviamente ci ha fatto molto piacere, così abbiamo iniziato a lavorar con lui molto bene, e siccome c’era la possibilità di proseguire questa collaborazione anche in estate, abbiamo colto la palla al balzo e ce lo siamo portati dietro”.

“Il lavoro di Gaudi è quello di seguirti registrazione per registrazione. Prima quando registravamo da soli c’erano spesso degli screzi, e a volte non si riusciva ad essere tutti d’accordo. Con gaudi abbiamo avuto una voce ‘fuori dal coro’, più oggettiva in un certo senso, che ci faceva capire quando le cose andavano veramente bene. Inoltre con lui abbiamo deciso di sperimentare molto, alcuni pezzi li abbiamo dedicati alla sperimentazione. È stata comunque una cosa naturale, e per farla ci ha aiutato strutturare lo studio in modo tale da poter lavorare su ogni pezzo singolarmente, quindi montando tutto il set sempre attivo in sala di registrazione. Questo ci ha permesso di dare maggior personalità a ogni singolo brano, mentre prima facevamo tutte le parti di batteria in due giorni, tutte quelle di basso in due giorni, tutte quelle di chitarra in un mese e mezzo, e il risultato era un suono più standardizzato rispetto a quello che hanno le canzoni del nuovo disco, che hanno un’identità più precisa e danno una visione più ampia della nostra musica. Quindi siamo davvero felici del risultato finale del disco, anche perché gli arrangiamenti sono comunque nostri, quindi va benissimo così.”

E che cosa ne dicono dei pezzi cantati in inglese? “Beh, è andata bene! Anche Gaudi era contento, le canzoni in inglese gli son piaciute. All’inizio era un po’ perplesso sul contenuto dei testi, probabilmente perché i brani in inglese sono piuttosto intimisti, hanno a che fare con esperienze che abbiamo vissuto noi in prima persona. Invece i pezzi in italiano sono più ‘fotografici’, rappresentano immagini piuttosto che narrare una storia. Quindi ognuno può farsi una propria idea di cosa possono voler significare. Comunque è sempre centrale il ‘ritratto’ di una determinata cosa, non c’è mai un giudizio. Come ‘War Is Over’: alcuni ci hanno chiesto perché trattiamo argomenti così ‘alti’, perché parliamo della fine del mondo; ma in noi non c’è stato l’intento di comporre un pezzo con fini speculativo – filosofici, noi semplicemente abbiamo voluto dipingere una situazione dalla quale ognuno può trarre le proprie conclusioni.”

“Certo, ‘War Is Over (Children Of The Grapes)’ è anche un omaggio ai Black Sabbath. A noi piace molto inserire nei nostri pezzi riferimenti che l’ascoltatore può cogliere. Non solo questo…”

Dopo un anno così clamoroso, com’è il rapporto con la fama per i TBSOD? “Detto con sincerità, non è cambiato tantissimo nelle nostre vite. Certo, adesso facciamo questo lavoro a tempo pieno, ma in genere frequentiamo sempre gli stessi posti, e anche la gente normale dei paesi vicini ci tratta come un tempo. A dir la verità, all’inizio chiedevano com’era andata, com’era Morgan e cose di questo tipo, mentre poi, dopo un po’, si sono tranquillizzati e hanno capito che non è cambiato praticamente niente. All’inizio è stata proprio la televisione a cambiare un po’ le cose…ma alla fine per noi è meglio che l’alone televisivo vada via: abbiamo giocato, abbiamo scherzato, e adesso ci è stata data la possibilità di mostrare la nostra musica a tanti, quindi possiamo essere felici, soprattutto perché ci siamo fatti il culo appositamente per rendere tutto il più reale possibile. Infatti, l’album non è l’ultimo stadio dei Bastard, perché abbiamo messo dei pezzi del 2003, 2004 per far capire alla gente che non ci ha mai veramente ascoltato che c’è stato un percorso che ci ha portato fino a qui. Perché partir subito dall’ultimo stadio sarebbe stato brutto, avremmo tralasciato una parte che esiste, che c’è, e che deve essere chiara anche per le persone che non ci conoscono”.

A fine conferenza i Nostri ci offrono delucidazioni anche sul significato della copertina di “In Stasi Perpetua” e sui risvolti nascosti di un brano dell’album, “Tipical Pinè Night”, conosciuta anche come ‘tipica notte bastarda’. “La copertina rappresenta una dicotomia fra parole ed immagini: è come fermare una forza grandissima, passando dal moto perpetuo alla stasi perpetua, un concetto terribile se ci pensi. L’immagine mostra due persone, il Caia e il Verza (quest’ultimo ha anche fatto una partecipazione parlata nel disco), che si stanno per dare una mazzata in testa, e l’immagine è bloccata dal titolo che parla di stasi, quindi di un momento fermo, prima del disastro. È simile ad un tao, però con parole ed immagini. Non vuole né dir qualcosa, né dir nulla; è una dicotomia che ci piaceva, punto e basta. L’artwork era stato studiato per un cartonato apribile, ma purtroppo non c’è stata la possibilità di realizzarlo. Però l’album uscirà anche in vinile, e questa è una bella soddisfazione!”

“In realtà non è ‘tipica notte bastarda’, è tipica notte pinetana. In quel caso eravamo al pub, Vice era andato al banco a prendere da bere per tutti: io e il Fede ci siamo imboscati e non ci ha più trovato. A quel punto cosa doveva fare, buttar via tutto? No, ha bevuto tutto lui, e non è stato molto bene…è successo qualche anno, nell’unico periodo in cui eravamo single tutti e tre. Comunque ci sono altre chicche carine, anche a livello tecnico. Come l’accenno originale del singolo, però dovete trovarle voi, ascoltatelo con attenzione!”

Stefano Masnaghetti

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