The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project: intervista fiume a Cypress Grove

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In attesa del gran finale, che probabilmente uscirà in occasione del ventesimo anniversario della sua scomparsa, ci ritroviamo finalmente tra le mani Axels And Sockets, terzo capitolo del grande omaggio a Jeffrey Lee Pierce e alla musica dei suoi Gun Club. Un artista sottovalutato e mai capito fino in fondo, che tuttavia ha ispirato decine di musicisti e band, molte delle quali presenti anche sulla nuova raccolta. Ancora una volta mostri sacri del calibro di Nick Cave, Mark Lanegan, Debbie Harry e Primal Scream, con l’incredibile ciliegina di un super Iggy Pop hanno voluto ricordare il loro amico. Abbiamo avuto il grande piacere di parlarne con Tony Chmelik, in arte Cypress Grove, ideatore del progetto e musicista che ha condiviso con Pierce l’esperienza dello splendido Ramblin’ Jeffrey Lee & Cypress Grove With Willie Love, nonché parte delle composizioni da cui nacque poi l’ultimo album dei Gun Club, Lucky Jim.

Ciao Tony, il viaggio non è ancora finito e sembra non voler giungere mai a conclusione: probabilmente il terzo volume è quello più omogeneo e intenso dell’intero progetto. Che ne pensi?
Onestamente credo che chiunque abbia ascoltato i primi due volumi non ci metterà molto a rendersi conto di ciò che dici e ne vado molto fiero. Sono molto orgoglioso di tutti e tre i capitoli, chiaramente, perché ad ognuno di loro sono legate troppe vicende affettive diverse, ma è chiaro che Axels And Sockets sia il più coeso di tutti, quello assemblato con meno fretta e più facilità. Non devi sottovalutare il fatto che ora che il progetto è avviato e conosciuto mi è molto più facile lavorare e contattare gli artisti che mi piacerebbe avere, senza contare quanti mi chiedono spontaneamente di potervi partecipare. Credo che uno dei meriti maggiori vada a Jim Sclavunos, che ha collaborato anche ai primi due capitoli, ma che questa volta mi ha aiutato nella produzione: la sua esperienza e le sue capacità hanno reso tutto più semplice.

Anche questa volta il titolo proviene dalla stessa prosa scritta da Jeffrey…
Esattamente. Tutti e tre gli album prendono il titolo dalle liriche che Jeffrey utilizzava per la reading che puoi sentire in The Journey Is Long insieme a LydiaLunch sul nuovo album. “The journey is long and we are only riders. Long ago we had committed to our little endeavour and now the task has overwhelmed us, so that we have simply become axels and sockets in a growing menacing machine”. Con questo progetto abbiamo volute creare un vero e proprio microcosm: Con We Are Only Riders facevamo capire di non essere il messaggio, ma dei semplici messageri; The Journey Is Long ribadiva le stesse cose e faceva proseguire il viaggio, mentre Axels & Sockets rappresenta uno sguardo all’interno del meccanismo, al cuore del concept che sta dietro a tutto.

Una volta Mick Harvey dei Bad Seeds disse: “Amo decine di sue canzoni, ma credo che inizialmente fosse davvero difficile entrare in contatto con lui. Penso che fosse dovuto a tutti i problemi interiori che aveva e all’abuso di alcol e sostanze, che rendevano difficile qualsiasi tipo di comunicazione. Il più delle volte era impossibile capire cosa stesse dicendo. Ma era una persona splendida e un vero gentleman”. È questo il Jeffrey Lee Pierce che ricordi?
Sì, Jeffrey era un uomo dalle mille sfaccettature e il cui carattere non era mai lo stesso. Poteva farti infuriare, come quando ti costringeva ad ascoltare le sue cassette di musica rap ad un volume disumano per dodici ore di viaggio, ma un secondo dopo poteva essere la persona più amabile sulla terra. Penso che le dipendesse solo dalle circostanze in cui si trovava e da come veniva trattato. Mi ricordo una sera in cui andai a prenderlo all’aeroporto di Heatrow: come sempre ebbe problemi col suo ingresso in una nazione, ma come sempre riuscì a convincere il personale a farlo passare senza chiamare le forze dell’ordine. Poteva far sciogliere chiunque volesse, anche i cuori più duri (ride, ndr).

Ho sempre pensato che JLP sia stato uno dei migliori, se non il miglior songwriter della sua generazione, ma allo stesso tempo uno degli artisti più sottovalutati di sempre: una marea di band ne parlano come della cosa più incredibile apparsa, ma un sacco di gente ne ignora persino l’esistenza. Sei mai riuscito a darti una risposta?
Non ho mai avuto dubbi a riguardo e l’idea di questo progetto nasce proprio dalla voglia di far riscoprire, anche se ormai fuori tempo Massimo, una delle figure più influenti della storia della musica popolare. La cosa si evince perfettamente anche solo da questi brani, che solo in pochissime occasioni hanno visto una pubblicazione ufficiale e che, svariando dai primi anni ottanta agli ultimi mesi di vita, dimostrano che il suo talento fosse precoce ma duraturo. Pensa ad un brano come Goodbye Johnny, che puoi sentir cantare dai Primal Scream sul disco: fa parte delle registrazioni del primo album dei Gun Club ed è incredibile che abbia pensato di accantonarla. Molti degli artisti che conosco ucciderebbero per avere tra le mani un brano del genere, che fa capire quanto talento e consapevolezza avesse già ai tempi. Anche i suoi primi brani possedevano una complessità di immagini mischiate a sentimenti personali che raramente mi è capitato di ritrovare, se non nei grandissimi della storia della musica. Spero davvero che dopo ogni capitolo, sempre più persone restino affascinate dalla sua poetica.

Probabilmente tu eri l’uomo giusto per collaborare con lui in quel periodo particolare della sua vita. Spesso si parla dei Gun Club come di una punk band, ma il suo amore per il blues fu evidente fin da Fire Of Love…Cosa ricordi dello scrivere canzoni insieme a lui?
Penso che avessimo trovato una via tutta nostra di lavorare insieme e i nostri temperamenti sembravano bilanciarsi alla perfezione. Certo, talvolta un po’ di competizione sbucava, ma mai in modo ostile. L’etichetta spagnola Bang! Records ha appena ripubblicato in vinile Ramblin’…e mi ha chiesto di scrivere le note di copertina: è stato emozionante riconsiderare a ventuno anni di distanza tutto il processo che portò alla creazione di quel disco. Lavorare con Jeffrey poteva essere molto frustrante, perché tendeva a buttare il novanta per cento del materiale che produceva. Si annoiava così in fretta delle cose che scriveva e che gli sembrava non progredissero, che era quasi impossibile portare a compimento qualcosa nell’arco di poche settimane. Era capace di stare sveglio tutta la notte per provare un brano che poi avremmo dovuto registrare la mattina seguente e puoi immaginare poi in quail condizioni lo ritrovavo in studio al mio arrivo.

In ogni caso, quello che vi univa davvero era proprio il blues…
Il suo amore per il blues credo fosse superiore a qualsiasi altro genere. Come dicevi prima, nonostante fosse influenzato dai suoi adorati Blondie e dal movimento punk in generale, dentro aveva quell’anima che hanno solo i bluesman e dai suoi testi tutto ciò è sempre stato evidente. Il nostro legame non poteva dunque che derivare da quello. Per citare quello che ho scritto sulla ristampa del disco, posso dirti che il progetto The Ramblin’ Jeffrey Lee, pur non avendo avuto l’importanza culturale che ebbe invece Fire Of Love, rappresentò una delle sue vette artistiche. Per Jeffrey fu infatti la realizzazione di un viaggio personale, in gran parte interiore, che lo portò a capire chi fosse realmente, tanto come uomo che come musicista: dopo aver speso una vita a sovvertire le regole classiche del blues, voleva infatti dimostrare di avere tutte le carte in regola per cimentarsi con i grandi classici, con gli archetipi del genere. Tutto il suo lavoro sui canoni blues credo sia paragonabile a quello che Picasso fece per l’arte con il Cubismo. Quell’album, invece, fu un semplice ringraziamento e forse la chiusura di un cerchio.”

Hai mai pensato alla realizzazione di un grande concerto con gli artisti che hanno collaborato agli album? So che sarebbe più difficile rispetto all’assemblare dei file audio, ma sarebbe fantastico…
Devo dirti che negli ultimi giorni diverse persone me l’hanno suggerito, per ultimo Mark Stewart. Sarebbe bello fare qualcosa di simile al Meltdown festival di Londra, anche se come puoi immaginare sarebbe un vero incubo da organizzare (ride, ndr). L’approccio migliore sarebbe qualcosa di simile al The Last Waltz: una backing band per tutto il concerto e una serie di artisti che salgono sul palco ad interpretare i pezzi. La migliore band possibile sarebbero i Bad Seeds, logicamente!

Fin dalle prime note si capisce subito che Nobody’s City è un instant classic…Iggy è la grande sorpresa del terzo capitolo!
Nobody’s City è assolutamente un classico! Dopo due secondi capisci di trovarti di fronte a genio puro…L’abbiamo costruita intorno alle parti di chitarra di Jeffrey e Kid Congo Powers provenienti dai demo berlinesi di Mother Juno: parti grezze, originali e mai toccate dalla metà degli anni ottanta ad oggi! Già trovi Jeffrey al massimo del suo splendore e se a questo ci aggiungi Jim Sclavunos, Brian Henry Hooper, Thurston Moore, Nick Cave and Iggy Pop, be’ ottieni dinamite pura.

Con tutti i demo a cui ti sei ritrovato a lavorare, quali sono i risultati che ti hanno sorpreso maggiormente e quali credi rispecchino meglio l’anima di Jeffrey?
Credo che Axels And Sockets presenti davvero l’intero specchio delle anime di Jeffrey. Ci sono composizioni molto vecchie come Kisses For My President, che risalgono ai tempi del Jeffrey presidente del fan club dei Blondie che sognava di baciare Debbie Harry, che contrastano con l’apocalittica intensità di brani come Constant Limbo (Constant Rain), piena invece di quell’ansia, di quella paranoia e ossessione che prima o poi colpisce chiunque si metta a pensare che il suo percorso giungerà in ogni caso ad una fine. Dentro puoi trovare dunque un po’ tutto, dalla speranza alla disperazione, con tutto quello che può trovarsi nel mezzo. Onestamente, però, il brano di cui vado più fiero è Desire By Blue River cantata da Mark Lanegan e Bertrand Cantat: essere stato in grado di riunire nella stessa stanza due delle voci più straordinarie del pianeta non è rimpiazzabile con nessuna altra cosa al mondo, soprattutto se pensi alla band che li sostiene…Nick Cave, Warren Ellis, Hugo Race, Jim Sclavunos, Catherine Graindorge, Pascal Humbert.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo in questo momento?
Sto scrivendo nuove canzone con Lydia Lunch, con la quale ho pubblicato un album lo scorso giugno per la fantastica etichetta italiana Rustblade. Inoltre sto lavorando al mio nuovo album solista, che spero esca nel corso del 2015, dopo di che mi rimetterò al lavoro per l’ultimo capitolo di questo viaggio.

Vuoi aggiungere qualcosa sul JLP project che non è venuto fuori nel corso dell’intervista?
Assolutamente sì. Innanzitutto che vorrei venisse chiamato omaggio e non tributo, nel senso che qui non parliamo di canzoni dei Gun Club risuonate da band contattate e pagate lautamente per farlo. Qui parliamo di puro amore e di brani che Jeffrey non ha mai portato a termine: in alcuni casi per impossibilità e in altri per via della sua prolificità, unita ad un senso critico spaventoso che lo portava ad eliminare ogni cosa. Il fatto che artisti che l’hanno amato così tanto, che sono cresciuti con la sua musica o che ne hanno condiviso parte della vita abbiano voluto rendergli omaggio non può essere definita un semplice tributo. Anche i brani già noti sono stati suonati seguendo le prime versioni, quelle più istintive e spontanee e ogni artista ha riversato dentro i brani parte della propria anima. Quello che dico si può intuire dal fatto che spesso sullo stesso album trovi più di una versione dello stesso brano. L’ultima tappa sarà ricca di sorprese, alcune delle quali clamorose come l’ingresso di Iggy, ma di certo non cambierà il mood dell’operazione.


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