The Kolors all’esordio con “I Want”: intervista

Se, ancora prima di avere inciso il tuo album di esordio, hai aperto i concerti di Paolo Nutini e dei Gossip e, quando hai deciso di cimentarti con il suddetto esordio, vengono in tuo aiuto un musicista rinomato come Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese e un fotografo come Cesare Monti Montalbetti, responsabile di svariate copertine di Lucio Battisti e molti altri, allora significa che stai facendo le cose nel modo giusto. E lo si può dire dei The Kolors, gruppo tutto italiano formato da tre ragazzi originari di Napoli ma con base a Milano, che con il loro primo lavoro, “I Want”, sono riusciti a costruire un disco completo, dal suono solido e in buon equilibrio tra pop, rock e funk. In attesa di vederli dal vivo nei prossimi mesi, ne abbiamo parlato con loro.

Quando vi siete ritrovati davanti il disco fatto e finito, qual è stata la prima cosa che avete pensato?
Appena usciti dagli Exchange Studios, dove Mike Marsh ha curato il mastering di “I Want”, la voglia di ascoltare subito le tracce ci ha spinti a chiedere ad uno dei camerieri del locale dove eravamo a cena, in Camden Town, di prestarci un riproduttore cd per testare a caldo la nostra “creatura”. Quell’ascolto lo ricorderemo sicuramente a vita! Il concretizzarsi di 6 mesi di produzione del nostro primo album ci ha letteralmente emozionati.

Si è speso in prima persona a favore del disco un personaggio come Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese…
La collaborazione con Rocco Tanica è nata grazie a “Me Minus You”, la ballad piano e voce del disco. Dopo aver fatto ascoltare il brano ancora in fase embrionale a Vichi Lombardo, il nostro produttore, concordammo che la collaborazione con un pianista/compositore ne avrebbe valorizzato la stesura. Qualche giorno prima di entrare in studio per le registrazioni di “I Want”, Vichi ci comunicò la bella notizia: Rocco Tanica era disposto a collaborare con noi! Così, nel corso di alcuni successivi incontri che sono serviti sia a conoscerci un po’ meglio sia ad approfondire le strutture generali del disco, Rocco ha tirato fuori alcune idee con le quali ha poi co-arrangiato anche altri brani dell’album. Oltre che un autentico piacere, è stato un vero onore!

Vi hanno mai detto che in Italia se non canti in italiano non vai da nessuna parte?
È sicuramente una cosa che ci hanno detto in tanti. Tuttavia, l’idea di cantare in italiano, tanto più sul sound che caratterizza ogni singolo pezzo di questo nostro primo album, per la verità non ci ha mai stuzzicato. Bisogna anche dire che quelle stesse persone che ci guardavano con scetticismo, quando venivano a sapere che cantavamo i nostri testi in inglese, dopo aver assistito a un nostro concerto si sono sempre ricreduti. Questo, oltre a farci molto piacere, naturalmente ci ha sempre anche incoraggiato molto.

Per voi cantare in inglese è stato un modo di guardare già a una platea che non fosse solo italiana?
Sicuramente. In questi ultimi dieci anni, e forse anche meno, grazie al web, ai social network, ai canali tematici digitali e a un sacco di altre possibilità date dai nuovi media, i confini si sono notevolmente allargati. Anche per questa ragione, sin dall’inizio, il nostro progetto si è sempre riferito a un pubblico quanto più ampio ed eterogeneo possibile. La scelta di cantare in inglese, infatti, non vuole simboleggiare uno stile. Non abbiamo la pretesa di rappresentare una bandiera che peraltro non ci appartiene, ma l’opportunità di parlare a più persone.

Meglio in studio di registrazione o sul palco?
Sono due emozioni diverse. Lavorare in studio affiancati da professionisti come Mike Marsh e Alex Trecarichi è stata una gran bella esperienza che ci ha anche insegnato molto. Il palco, però, quello spazio unico e quasi surreale che ti mette in contatto con persone che, cantando e ballando, ti ripagano restituendoti la loro gioia, rimane la nostra vera fonte di energia.

Non avevate ancora un disco ma già aprivate i concerti di artisti come Paolo Nutini, Hurts e Gossip: come ci siete riusciti?
Nel 2012, suonando a un festival milanese, siamo stati notati da Goran Ilic e Micaela Armigero, due ragazzi che lavorano nel settore degli eventi che, apprezzando il nostro stile e la nostra musica, ci hanno messo in contatto con gli artisti che tu hai menzionato. E dopo aver ascoltato quelle che allora erano solo delle demo, i musicisti in questione hanno accettato di farci aprire le date italiane dei loro concerti. Condividere il backstage con artisti di cui eravamo già fan, è stata un’altra bella emozione.

La situazione più strana – o più “disastrosa” – in cui vi siete trovati a suonare?
Ci è successa a Stoccolma., quando ci siamo inaspettatamente ritrovati a suonare davanti a un pubblico che conosceva a memoria i nostri brani. Una scarica di adrenalina che ci farà ricordare quel concerto a vita!

Il brano di “I Want” che ai concerti funziona sempre?
A nostro avviso sono due: “No More” e “Yeah Yeah Yeah”. Sono i brani con gli “hook” più forti.

Il brano che invece vi sentite di dire che rappresenta in pieno il disco?
Anche questa è una risposta abbastanza difficile da dare. “I Want” potrebbe essere definito come una specie di “best of” di tutti i pezzi che abbiamo scritto negli ultimi due anni. “No More” tra questi, probabilmente, è il brano che meglio incarna le diverse sfumature dell’album.

L’artwork del cd è stato realizzato da un altro personaggio che ha dato molto alla musica italiana, Cesare Monti Montalbetti: lui come lo avete coinvolto?
Quando Vichi ci prospettò la possibilità di coinvolgere addirittura Cesare Monti per l’artwork di “I Want”, per noi fu una bellissima sorpresa. Fu così che Cesare, dopo aver ascoltato alcuni dei nostri brani, trascorsa una settimana, ci presentò la sua idea. Ci rendemmo conto sin da subito di quanto fosse “potente” l’immagine che ci trovammo davanti. Un’immagine che al suo interno non solo conteneva più immagini, ma anche un testo. La sensazione fu certamente straniante… Chi conosce un poco Cesare Monti, d’altronde, sa bene che da un artista come lui non ci si può aspettare nulla di “canonico”.

Oggi come ci si costruisce una fanbase: con i social network o suonando?
Indubbiamente in questo contesto storico i social giocano un ruolo fondamentale. Noi cerchiamo di riscuotere consensi da entrambi i lati: anzitutto facendo conoscere la nostra musica suonandola dal vivo. Naturalmente, in seguito, se una persona resta piacevolmente colpita dalla nostra performance, anziché guardarci su YouTube – da “lontano”, in un certo senso – preferisce sempre venirci a trovare ai concerti. Non so se questo significhi “costruire una fanbase”, ma se è così che funziona, a noi Kolors piace un sacco!

È possibile oggi vivere di sola musica?
È possibile, certo. La musica nasce sì come una passione ma, quando si è fortunati, diventa un lavoro a tutti gli effetti. Quando la passione è davvero autentica, inoltre, che si venga circondati da folle oceaniche o da platee molto più raccolte, non si può non vivere di musica. Ci sono un sacco di musicisti che, malgrado non abbiano fama e successo propriamente tali, vivono della musica che suonano. Semplicemente.


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