Unwise la band italiana presenta One

Gli Unwise hanno da poco pubblicato l’interessante “One“, pubblicazione lungamente attesa dal gruppo. Ne abbiamo parlato con Roberto Pintus (Batteria), Mauro Colombo (Basso), Alessandro Codazzi (Chitarra) e Luca Zontini (Voce). Cosa rappresenta per voi arrivare finalmente alla pubblicazione di One dopo una così lunga gestazione?

RP: Rappresenta il concretizzare un progetto, un’esperienza, una passione per la musica di ognuno di noi. Durante questi anni il gruppo è cambiato, si è trasformato acquisendo una maturità artistica che ha portato alla composizione di ONE facendone anche un concept album.
MC: in una parola: finalmente! ci è voluto tanto tempo, ma facendo tutto da soli, e volendolo fare nel miglior modo possibile, è naturale metterci molto…
AC: E’ sicuramente una grande soddisfazione, un punto d’arrivo e d’inizio allo stesso tempo, era necessario che tutte le tessere del mosaico andassero prima al loro posto.E’ stato un lavoro di gruppo e questo tempo è servito anche a dimostrare che il gruppo c’è, e questo è fondamentale.
LZ: Sono molto contento di aver realizzato un album come One, è un lavoro in cui mi ritrovo totalmente sia nell’interpretazione dei brani che nella storia narrata nel concept.

Nel disco è evidente l’amore per quel progressive che spopolava tra fine anni ottanta e inizio novanta, in particolare (come dite voi nelle note biografiche) per i Fates Warning del periodo Perfect Symmetry e Parallels e Queensryche pre-Empire. Come siete riusciti a coniugare quelle influenze con una modernità irrinunciabile per le produzioni d’oggigiorno?
RP:Il concetto di modernità è assolutamente legato a quel periodo. Ancora oggi ascoltando i Fates Warning, i Queensryche nel periodo del loro massimo successo si può tranquillamente affermare che i suoni e le idee sono moderni. La modernità è la continua ricerca di novità’ (in ambito musicale) ma sempre mantenendo una linea melodica che ne identifichi la personalità.
MC:le influenze ci sono per tutti e un certo segno lo lasciano per forza (le mie sono anche molto meno recenti), ma poi ognuno elabora il proprio stile personalmente. senza contare che tutto quello che ti circonda, l’ora e il qui, ti ispira o ti condiziona in moltissimi modi, e questo si riflette sicuramente in quello che suoni.
AC: In realtà il processo è stato naturale, sono cresciuto a pane e quel tipo di prog, ma non ho mai smesso di ascoltare altro, tutto quello in grado di emozionarmi, così anche se la matrice è marcata, il sound in generale è influenzato da tante cose e alla fine penso risulti fresco.
LZ: Si è vero, è stato tutto molto naturale. Invece per la produzione abbiamo voluto appositamente cercare dei suoni che dessero al concept una propria unicità, proprio come succedeva nei dischi di quel periodo in cui ogni album aveva i suoi suoni e questo, a mio parere, gli dava un ulteriore valore aggiunto.

Come mai un concept in un periodo di musica usa e getta e di singoli banali?
RP: ONE rappresenta il concetto di unicità; qualcosa che distingue ognuno di noi proprio come l’impronta digitale . Il “concept album” era il modo migliore per descriverlo; la narrazione di una storia insieme alla musica riesce sicuramente a trasmettere questo concetto in maniera più profonda.
MC: forse proprio perchè la tendenza è quella, si cerca di fare qualcosa che abbia più spessore. abbiamo comunque cercato di fare in modo che i singoli brani avessero una loro identità, anche a prescindere dal contesto generale. e poi, personalmente, il primo album per cui ho avuto una enorme passione è stato “Tommy” (The Who), che è IL concept album …
AC: E’ difficile rispondere a questa domanda in poche righe, comunque sia la musica non può prescindere da essere un incredibile mezzo di comunicazione, e ancor di più la formula del concept da la possibilità di esprimere un concetto in modo completo, proprio quello che serviva per ONE.
LZ: Fare un concept album è sempre stato un mio sogno fin da quando ho iniziato a cantare, non a caso i miei 3 album preferiti sono The Wall dei Pink Floyd, Operation Mindcrime dei Queensrcyhe e A Pleasant Shade of Grey dei Fates Warning. Certo, il concept richiede uno sforzo iniziale da parte dell’ascoltatore, però dopo diversi ascolti ha il potere di catapultarti in un’altro mondo per tutta la durata del disco e questa cosa mi ha sempre affascinato molto. Di recente mi ha fatto molto piacere che diverse persone che hanno sentito l’album (e che solitamente non ascoltano questo tipo di genere musicale) ci hanno detto di essere rimaste catturate dal lavoro e dal discorso concept e ci hanno dato un feedback più che positivo.

Quanto coraggio serve nel 2013 per fare musica e fare il musicista?
RP: Molto coraggio, ma sicuramente risulta una sfida molto interessante.
MC: forse una volta ci voleva proprio il coraggio, ora credo ci voglia, più che altro, molta passione, soprattutto se lo si vuol fare prescindendo dalle tendenze del momento.
AC: Non parlerei di coraggio, è un po’ come quando ti innamori, non ti fai domande, non pesi mai ciò che è meglio o peggio…è ciò che desideri e basta.
LZ: D’accordissimo con gli altri, aggiungo solo che serve tanta pazienza e perseveranza nel far conoscere la propria musica, soprattutto quando si propone un prodotto di questo tipo che ha una certa complessità.

Prossimi impegni della Band?
Al momento siamo concentrati sulla promozione del disco nei vari spazi web e radio, invece per l’anno prossimo ci saranno diversi impegni live per promuovere il disco. Visto la natura del concept l’idea è quella di preparare uno show multimediale dove la combinazione di immagini, scenografie e suoni, renderà lo spettatore ancora più partecipe della situazione. Quindi lo spettacolo sarà non solo nei locali di settore ma anche nei teatri dove abbiamo avuto già diverse disponibilità.


 

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