I Van Der Graaf Generator in Italia, intervista a Peter Hammill

Peter Hammill è uno dei personaggi più eclettici e sottovalutati del panorama inglese degli anni settanta e ottanta, un artista che forse non ha mai raggiunto le vendite di colleghi più blasonati, ma la cui proposta musicale resta una delle più particolari e fuori dagli schemi di un genere, il Progressive Rock, di cui i suoi Van Der Graaf Generator non hanno mai davvero fatto parte. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dall’inizio di un mini tour nel nostro paese: 2 luglio Udine, 3 luglio Milano, 5 luglio Pistoia.

Una delle cose più singolari che ha sempre caratterizzato la tua carriera solista e quella con i Van Der Graaf Generator è il fatto di essere stati sempre più popolari in Italia che nel resto d’Europa. Come ti spieghi questa cosa?
Me lo sono chiesto tante volte. Il vostro paese ha sempre amato tantissimo la mia musica e per questo non posso che esservi grato per il resto della mia vita. Probabilmente i fattori sono molteplici: in primis, spero che sia per il valore della mia musica, altrimenti sarebbe davvero una cosa umiliante (ride, ndr). Poi credo di essere giunto in Italia nel momento migliore per la cosiddetta scena prog, che nel vostro paese ha creato alcune delle realtà migliori a livello europeo. Ricordo di essere rimasto davvero sorpreso nell’ascoltare alcuni gruppi dell’epoca, perché si spinsero dove pochi avevano osato fino ad allora e poi trovavo i testi di alcune canzoni davvero affascinanti, per lo meno per come venivano tradotti in inglese. Pur non essendo la nostra musica progressive in tutto e per tutto, finimmo per essere inseriti in quel calderone,forse perché era più facile fare così che inventarsene uno solo per noi! Tornando all’Italia, ho suonato davvero in tantissimi luoghi stupendi, ma Pistoia era una città che ancora non avevo visitato e sono molto eccitato all’idea di suonare in quello che mi hanno descritto come uno dei festival più longevi del vostro paese.

Hai sempre avuto grossa facilità nel comporre nuova musica, tanto per la band quanto per la tua carriera solista…Quanto cambia il tuo approccio al processo di songwriting a seconda del progetto per cui ti metti a scrivere?
Per molti artisti non fa alcuna differenza scrivere brani per un disco solista o per uno della propria band, mentre io mi comporto in modo diametralmente opposto: sono quasi schizofrenico in questo senso, come se avessi due personalità ben distinte. So sempre quando sto scrivendo un brano per un mio progetto solista, altrimenti che senso avrebbe averne uno se componessi sempre la stessa musica? Di certo, in entrambi i casi non mi metto a pensare a cosa il pubblico vuole da me, perché ho sempre ritenuto giusto fare solo quello che ho voglia di fare, senza assecondare nessuno. D’altra parte, se ci pensi, la gente che ha amato i nostri primi lavori lo ha fatto senza sapere cosa aspettarsi da noi, quindi credo che un artista debba solo seguire il proprio istinto, altrimenti il rischio di diventare ruffiani è dietro l’angolo. Sarà per questo che non ho venduto come i Genesis (ride, ndr).

Eppure, qualcosa nella musica dei Van Der Graaf Generator è cambiata nel ventunesimo secolo…I tuoi testi, seppur sempre culturalmente elevatissimi, si sono fatti molto meno complicati, più diretti diciamo. Qualcuno ha pensato che la scelta fosse dettata da esigenze commerciali.
Chi conosce davvero la mia carriera, le mie scelte e la mia integrità sa che benissimo che non ho mai messo davanti nulla all’arte o all’idea di essa che ho fin dall’adolescenza. Se avessi davvero voluto effettuare una svolta commerciale l’avrei fatta all’apice della popolarità della band, spostando le sonorità verso territori più vendibili o attacandomi a filoni che ai tempi facevano davvero guadagnare molti soldi. Se non mi sono mai venduto ai tempi, che senso avrebbe avuto farlo nell’epoca per eccellenza in cui i dischi non si vendono più? È evidente che la mia scrittura sia meno criptica di un tempo, ma perché la mia esigenza odierna è che i miei messaggi non vengano travisati e che possano raggiungere più persone possibili. Intere generazioni avevano sentito parlare di noi solo nei dizionari di musica rock ed era giusto che potessero vedere di cosa eravamo e siamo ancora capaci di fare. Del resto non mi sono mai curato e non inizierò certo ora.

In molti sperano che tu stia lavorando ad un box antologico, con decine di brani inediti, demo e quant’altro, ma tu continui a fare finta di nulla…
Sebbene la mia musica abbia sempre guardato al passato e i miei testi siano pieni di riferimenti al tempo che passa e ricchi di nostalgia, amo pensare sempre al futuro. mi spiace quindi deludere i miei fan, ma per il momento non ho alcuna intenzione di perdere anni alla ricerca di brani nascosti negli archivi! Non sono Neil Young che riesce a gestire una band, una carriera solista e a passare dieci anni a lavorare sui suoi archivi, io riesco solo a pensare a quello che scriverò, forse perché affrontare il passato mi ha sempre fatto un po’ paura. E poi, diciamoci la verità, queste sono cose che amano fare le case discografiche quando gli artisti non ci sono più!

Luca Garrò

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