Dai demoni della buia ignoranza alla luce della conoscenza

Dirty Corner

Uomo e donna nel complesso rapporto con il sé e l’Altro, nell’arte di Anish Kapoor, Artemisia Gentileschi e nel Kanun albanese

Vuole ingoiarti dentro di sé il gigante cono-tunnel sdraiato sotto una montagna di terra alla Fabbrica del Vapore. Dirty Corner, come ogni opera di Anish Kapoor, vuole disorientare, farti perdere l’equilibrio, farti porre delle domande sul senso del vuoto e della presenza. L’artista indiano esalta il vuoto e lo celebra come una grande opportunità per vederci altro… L’arte diviene così un viaggio per esplorare se stessi attraverso l’oggetto rimirato o adorato, specchio di sentimenti, paure e desideri che prima o poi ognuno di noi attraversa.

Solo oltrepassando il buio dei demoni dell’ignoranza possiamo quindi giungere alla luce della conoscenza e della consapevolezza, abbandonando l’immagine di noi riflessa e mantenendo lo sguardo sulla nostra essenza intima.

E’ infatti l’intimità che scaturisce fra spettatore e opera d’arte che rende l’arte così preziosa. Come entrare in una cattedrale o tempio sacro, entrare in un’opera è un’esperienza che può diventare mistica e meditativa.

Per Anish Kapoor il colore usato è precisamente quel colore. Il giallo è giallo, il rosso è rosso ed è rosso Kapoor…

Artemisia Gentileschi

Rigurgitata dal vuoto emergo nella forza della luce caravaggesca di Artemisia Gentileschi a Palazzo Reale. Donna coraggiosa e tenace, la pittrice della prima metà del ‘600, figlia del pittore toscano Orazio Gentileschi, ebbe un complesso rapporto col padre e venne stuprata dal suo maestro Agostino Tassi. Questo la portò a raffigurare morbosamente la scena di Giuditta che taglia la testa a Oloferne, con un’impressionanete violenza che venne interpretata dalla psicanalisi come desiderio di rivalsa per lo stupro subito.

I corpi plastici risaltano ancor più per la bellezza dei colori e soprattutto della tonalità di giallo che Artemisia usava per le vesti di Giuditta e del bianco dell’incarnato di Betsabea al bagno.

E se nel ‘600 ci si scandalizzava per il fatto che una donna potesse dipingere così terribili scene, oggi perchè non ci si scandalizza più così spesso per gli orrori che le donne sono ancora costrette a subire e non troppo lontano da casa nostra?

Leggendo un articolo comparso su Balkan Crew apprendo infatti che in Albania, seppure non sia più in vigore il Kanun, una serie di leggi che si tramandano nella cultura albanese, i suoi “precetti” non sono scomparsi dalla regolamentazione dei rapporti sociali. Questi “precetti” assomigliano a molte “regole” che vengono imposte tuttora a molte donne anche in Italia.

Nel Kanun si dice che “La donna è un otre, fatta solo per sopportare” e che non ha alcun diritto se non quello del mantenimento da parte del suo uomo. Il Kanun si occupa di tutti gli ambiti della vita comunitaria. E’soprattutto nei libri dedicati alla parola data, all’onore personale e alla vendetta di sangue, che si comprende perchè l’area balcanica composta dall’Albania settentrionale dalla Macedonia e dal Montenegro sia l’ultima regione tribale europea. Parola data, vendetta di sangue, e assoluta solidarietà tra i membri della famiglia, caratterizzano l’albanese come “uomo d’onore”. Sull’onore il Kanun è lapidario: “Di fronte alla legge il disonorato è considerato come persona morta”. Da qui viene il principio che “il sangue non si sostituisce con la multa” poichè l’onore non può essere ripristinato con un risarcimento pecuniario. Al contrario “il disonorato non si appella alla giustizia e il valoroso si fa giustizia da sè”.

E’ tempo di meditare su tutto questo, di aprire gli occhi, di conoscere, comprendere e fare in modo che il buio dell’ignoranza non ostacoli più il pacifico dialogo tra culture e tra individui anche della stessa provenienza.

Melissa Mattiussi

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