Il Poeta, l’Uomo con l’albero in testa e la Scuola di Gomme

Palestina Viva. Una storia contemporanea che la terra, costruttore invisibile, ha trasformato in realtà.
Ce la racconta la poesia di Ivan Tresoldi…

E fu così che dal fango e dai copertoni nacque una Scuola di Gomme. Questa non è una fiaba, ma vita vera che strappa alle aride rocce tangibili speranze, rendendo realtà quello che un tempo si pensava impossibile. A far da legante acqua, caldo e tanto sudore, quello del lavoro che ha unito le forze di uomini palestinesi e del gruppo italiano che dato vita a tuto questo… Il poeta di Art Kitchen Ivan Tresoldi, il regista Simone Varano, la Onlus Vento di Terra e lo studio di Architettura e Cooperazione Arcò hanno risposto all’emergenza delle comunità beduine Jahalin di costruire una scuola per i loro bambini all’interno del villaggio.

Nello spettacolo Palestina Viva, andato in scena il 23 febbraio al Teatro Verdi di Milano, abbiamo visto Ivan nei suoi panni, quelli di un uomo-poeta istintivo, artefice di parole che intessono una danza raffinatamente primitiva, che trapassano la carne per appiccicarsi alle ossa, scuotendo la carne e la polvere sulla pelle.

Protagonisti delle immagini del regista Simone Varano, “l’uomo con l’albero in testa”,  sono i bambini, coi loro vivi sorrisi, con gli occhi liquidi di esistenza patita e sognata, con la terra sotto i piedi e tra le mani. Ogni pietra, ogni passo sono un portafortuna verso qualcosa di agognato… Lo schermo, dove le proiezioni animano le parole, trasuda sapori, odori e sensazioni, complice la musica del gruppo Illogical Fuzzy.

Dopo lo spettacolo, fra un commento e l’altro nel camerino e i saggi consigli del padre, ecco cosa racconta Ivan…

Ivan, che emozioni hai portato a casa dalla Palestina?
“C’è come un’emozione di fondo che viene dalla Palestina. Come si dice, se ci credi ci speri e se ci speri ci credi. All’interno dello spettacolo credo che si senta. E’ un’emozione come di tanti poeti uniti che leggono e di sentire questa unione nella cooperazione delle arti.”

Nei video girati da Simone i bambini sono i protagonisti di questa esperienza. Che differenze trovi negli occhi dei bambini palestinesi e in quelli dei bimbi milanesi?
“Come dice bene il Piccolo Principe “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Gi occhi son sempre due, ma è una questione di sguardo che li trascende e che, essendo invisibile, più che vedersi si sente. La differenza che si avverte, più che tra sguardi di bambini poveri e bimbi agiati, è tra sguardi vivi e passivi. C’è più vita nei bimbi là. Nello sguardo erano più vivaci, ma non è questione di luci accese e occhi aperti. E’ come l’amore, qualcosa di invisibile. Come delle scintille il cui calore non vedi, ma senti. I bimbi hanno negli occhi una fiamma sempre accesa, però ci sono sguardi caldi e sguardi freddi.”

Com’è stato l’impatto con la Palestina e coi bambini in particolare?
“Si può dire che i bambini ci hanno permesso di costruire la scuola. Il primo impatto con la Palestina l’hai sentito da come inizia lo spettacolo “Gerusalemme l’aeroporto, le ossa rotte…” dopo aver fatto quintali di viaggio. Siamo arrivati poi al campo e noi gruppo di italiani con gli architetti inziamo a buttare giù le prime gomme, mentre i lavoratori non ci aiutavano. Annibale era così scoraggiato che a fine giornata voleva già tornare a casa quando uno dei bimbi ci ha portato un secchio, un secondo pure e un terzo e così gli uomini non hanno potuto fare a meno di collaborare.”

Che rapporto hanno i bambini e le persone col fatto che gli si “rubino” così tante immagini, tramite le fotografie e le riprese video?
“È più difficile scrivere che fare una foto o girare un video perchè lì son abituati ad avere intorno giornalisti e tv, quindi sanno cosa stanno facendo. Invece se uno scrive davanti a loro, si chiedono che cosa stia scrivendo perchè non possono capire. La mia poesia bascula tra la passione che riesci a metterci e quel che vedi.”

Parli sempre di terra… Hai portato a casa un po’ di terra anche dalla Palestina?
“Da qua a là no, da lì a qui no, da lì a lì sì e molta. La terra è stata fondamentale per costruire la scuola fatta solo di pneumatici e terra, appunto. E’ come se la scuola fosse stata strappata dal fango e nata dalle rocce. E’ stato come ritrovare un legame. Dalla terra si nasce e alla terra si ritorna. La terra è un costruttore di invisibile.”

Avete avuto modo di interagire anche con donne palestinesi?
“Non moltissimo. C’è una divisione rigida dei ruoli. Ci sono donne molto forti che lavorano con la terra, ci sono poi ovviamente bambine e donne anziane a riposo. Le donne nello spettacolo non sono così presenti come non è presente Israele.”

In uno dei video si vede una scritta su di una striscia bianca che percorre tutta la lunghezza del muro. E’ per caso una tua opera?
“No, magari! Sarebbe stato bello l’avessi fatta io. E’ opera di un Research Lab di quei posti che ha dipinto la scritta di un importante intellettuale che si rivolge alle sue genti.”

Altre tappe dello spettacolo?
“Sì, prossimamente ci saranno due date a Gerusalemme Est e poi proseguiremo il progetto a Gaza con Annibale per lanciare una nuova stagione di spettacoli.”

Mi dici qualcosa sull’esperienza di Bucarest, con i ragazzi che vivono sotto i tombini?
“Sia in Kosovo che a Bucarest è stata un’esperienza molto importante perchè abbiamo potuto affrontare una condizione di vita di persone molto simili a noi, giovani. Bucarest è molto più vicina all’Italia non è Palestina, eppure ci sono ancora persone molto giovani che vivono sotto la strada. A Bucarest ho scritto il verso più lungo del mondo uscendo dai tombini. Ho parlato con l’Ong Life in Slums, son andato là sotto e ho vissuto la dimensione della strada.”

Come ti senti quando torni a Milano da tutti questi viaggi?
“Wow! Mi sento un po’ straniato, ma quando torno comunque casa mia è casa mia. A livello umano è uno sbattimento perchè, anche se non sembra, sono uno molto ordinato nelle cose e in me c’è la volontà di sapere che io sono me e noi,  poichè poi, soprattutto a Milano, la poesia la faccio in strada.”

Trovi un pezzo di casa ovunque tu vada?
“Ah, sì… Riesco a trovare una trattoria che mi dia da mangiare ovunque. Ma, al di là dei viaggi ho capito che tutto quel che si fa è importante, anche andare dopo domani a fare lo spettacolo nel paese qui vicino.”

Eh, sì… Come ci ricorda il nostro bel Poeta Ivan, c’è da fare in tutto il mondo.

E’ infatti spesso più facile guardare altrove che non accorgersi di quel che accade al nostro fianco o addirittura dentro di noi.

Manteniamo lo sguardo vivo, alimentiamo quella scintilla col calore della poesia, dell’arte, della musica, della danza, del sorridere a una vita che o ci credi o ci credi, perchè è questo che abbiamo, tutti allo stesso modo, anche se in differenti colori e dimensioni…

Corpo, ossa, carne, pelle, Anima!

Melissa Mattiussi

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