Intervista Nicola Barghi

Luce negli occhi, musica nel cuore, ciuffo ribelle e tanta passione. Dall’amore per i Beatles all’incontro con Paul McCartney, dai primi accordi al pianoforte ai tour fra Italia, Londra e Svezia…La sua voce accarezza la pelle come un vento caldo inaspettato a inizio primavera. Sguardo verde, vispo e attento ad ogni particolare, con pennellate di giallo oro che lo fa luccicare d’entusiasmo per la vita. Nicola Barghi, cantautore toscano della provincia di Pisa, ha scelto una via che di sicuro non è delle più semplici, quella di sviluppare il proprio dono musicale senza dargli etichette prefabbricate, ma trovandone una tutta per sé. E chi meglio di me può capirlo, visto il mio percorso danzante un po’ Gipsy, un po’ fusion, terapeutico e molto peculiare?!
Il messaggio che emerge dalla musica di Nicola è quello che in un giorno di sole si possono vivere i normali problemi quotidiani sempre mantenendo la speranza di cambiare le cose. La metrica italiana fa l’amore con il rock e con quel modo di suonare inglese che fa diventare i brani irresistibili e allora il corpo deve assecondare ritmo e melodia, deve muoversi. Qui anche l’impossibile diviene  possibile, tra brani ironici che strizzano l’occhio a Gaber come in “Me ne vado” e brani più intimisti come “Helsing” che narra la storia di un Vampiro innamorato di un’umana. La curiosità di questo pezzo è che è nato da un rif registrato per sbaglio in sala di incisione mentre Nicola e la band lavoravano al singolo di “Senza di lei”, brano di cui il Trio Medusa gli ha richiesto un jingle per Radio DeeJay.

Ho incontrato Nicola in un giorno di prima Prima-vera ed ecco il quadro che abbiamo dipinto insieme, parlando della sua musica…Nicola, puoi spiegare cos’è l’ “Italian BritPop”?
“E’ un termine per racchiudere il mio genere musicale, sound inglese unito a testi in lingua italiana, ed è anche una risposta ironica all’estabilishment che non trova le mie canzoni riconducibili ad un genere preciso e definibile. A me non sembra di scrivere musica strana. Amo qualsiasi suono, ho iniziato scrivendo musica classica e per cd multimediali, cambiando molte forme, evolvendomi, crescendo. L’Italian BritPop è un modo per unire le mie passioni, il Brit inglese (Beatles, Last Shadows Puppets, Coldplay, Police, Oasis e tutto quel mondo che riesce a toccare le mie corde) e il mio essere italiano.”

Se la tua storia fosse un film come inizierebbe?
“Inizierebbe nell’estate del 1988 quando mio padre arrivò a casa con un pianoforte Yamaha verticale, intenzionato ad imparare a suonare le canzoni dei Beatles. Ha avuto poca fortuna, più avanti nel tempo gli ho insegnato a suonare il basso e la batteria, e ne vado orgoglioso.
A lui piace raccontare che mentre cercava di suonare Michelle, io, che stavo giocando, mi avvicinai e dissi:“No babbo, la nota è questa”. Raccontata in questi termini sembro un piccolo genio, però mi piace immaginare che sia andata così, come una bella favola, come un bel film.”

Quindi dal tuo primo incontro col pianoforte come si è sviluppato il percorso musicale?
“Quando avevo 10 anni, io e la mia famiglia ci siamo trasferiti nel Casentino, in provincia di Arezzo, ed ho iniziato a frequentare una scuola media ad “indirizzo musicale”. La mattina era una scuola normale con alcune materie in più riguardanti la musica (teoria e solfeggio), mentre il pomeriggio c’erano le lezioni di strumento musicale. Il mio rapporto con il piano è sempre stato di amore/odio, quindi, come immaginerai, non mi piacevano gli insegnamenti imposti, le scale, gli arpeggi e tutte quelle cose che comunque servono per avere una base sulla quale “costruire” il proprio percorso musicale. Componevo già le mie prime musiche al piano che portavo ai saggi di fine anno. Dopo alcuni anni conobbi una famiglia di musicisti che mi regalarono una chitarra acustica e da quel momento mi si aprì un nuovo mondo. I miei genitori mi appoggiarono fin da subito, acquistando chitarra e basso elettrici, amplificatori e altra strumentazione, facendo dei grandi sacrifici. Oggi ho uno studio di registrazione dove “incido” (mi piace questo vecchio termine, ha proprio il sapore della creazione) i brani del mio progetto rock/pop, ma anche musica classica, jingle pubblicitari, soundbranding.”

Come hai scelto il nome del tuo primo album “I Must Be Wrong”?
“Ho scelto questo titolo, che significa “Potrei Sbagliarmi”, perchè era la prima opera dove affrontavo da solo l’intera produzione dell’album, dalla scrittura dei brani alla registrazione, post produzione e missaggio, era come mettere le mani avanti e dire ironicamente “sicuramente devo aver fatto qualche errore”. Ma ho preso spunto anche da una canzone di Paul McCartney “Beware My Love” degli anni ’70, c’era una parte in cui ripeteva “I must be wrong, I must be wrong, baby”. Mi piaceva il suono che aveva quella frase, ho cercato la traduzione e così ecco il titolo della prima canzone e del mio primo album.”

E come fu quando incontrasti Sir Paul McCartney?
“Tra qualche giorno sono esattamente 12 anni dall’8 maggio 2001, in cui lo incontrai al Mediastore Ricordi in Duomo a Milano. Partii dalla Toscana la notte prima riuscendo ad entrare tra i primi 70 fortunati che poterono stringergli la mano. Lui arrivò verso le 17 e quando fu il mio turno tremavo come una foglia, gli consegnai la copia del mio “I Must Be Wrong” e gli feci la dedica, mentre lui stava scrivendo la sua sulla raccolta “Wingspan”. Un mese dopo ricevetti una lettera dallo staff dell’MPL (la sua casa discografica di New York) con apprezzamenti sul mio album. Era uscito da poco il nuovo album di Paul e sapere che in ufficio stavano ascoltando il mio fu una bella emozione. I loro apprezzamenti mi spronarono a continuare e due anni dopo gli inviai il mio secondo album “Time Of Var”. Fu questo il momento in cui mi consigliarono un’etichetta italiana che in quel periodo deteneva i diritti di Paul McCartney in Italia, la Carosello Records, con la quale è poi uscito in distribuzione digitale il mio “Sunny Day”.”

E’ curioso notare come, anche se l’immagine che prevale di te sia quella di un rockettaro pop, un po’ maledetto con il ciuffo emo e un po’ truccato (come si vede sulla foto del tuo sito), ad un ascolto approfondito dei tuoi brani emergano la tua vena poetica, la dolcezza, l’ironia e un risvolto sociale come in “Time Of Var”…
“Sì, ti ringrazio per questa domanda. Molto spesso di una persona si vede solo l’immagine che viene messa in risalto o quella che ci fa più comodo vedere, invece è bello approfondire la conoscenza e vedere le varie sfaccettature. Io credo che ogni artista nelle proprie opere lasci trasparire ciò che sente veramente nel preciso istante in cui le crea, altrimenti saremmo delle macchine che sanno fare un ottimo lavoro e basta. “Time of Var” è una delle mie canzoni preferite. Parla di un corvo della mitologia nordica, che fa in modo che il bene e il male stiano sempre in equilibrio per non avere un dislivello. Questa canzone racconta la sua storia e dice “… e poi un giorno venne l’uomo a devastare tutto quello in cui avevamo creduto, a seminare odio e malvagi pensieri” perchè è come se l’uomo facesse di tutto per distruggere ciò che invece lo rende vivo, cioè la natura, il mondo, se stesso.  Il video della canzone l’ho registrato da solo con l’aiuto di mio padre fotografo. Volevo dare l’idea del movimento, anche per rappresentare il corvo, quindi ho preso la telecamera e sono andato in giro per il Parco Nazionale del Casentino, dove sono cresciuto, e ho registrato tutto quello che mi passava per la testa. C’è una scena dove si vede il primo piano della ruota anteriore dell’auto in una ripresa rasente all’asfalto e ricordo che stava guidando mio padre mentre io ero sul sedile posteriore con lo sportello aperto che con una mano tenevo la telecamera e con l’altra mi tenevo ben stretto allo sportello. Mi sono divertito molto e credo di avere ben racchiuso l’immagine di Var e del brano in sè. Il video è stato poi selezionato da “Terres des Hommes” per sensibilizzare le persone sul tema della fame nel mondo.”

Dalle ali del corvo Var arriva una parentesi sperimentale con l’album “Mind State” e dopo 5 anni eccoti uscire con “Sunny Day”…
“Mind State”, uscito nel 2005, è stato un album ideato e realizzato in pochissimo tempo insieme al mio amico Steven Carling. Un giorno stavamo viaggiando in autostrada e facendo un discorso filosofico riguardo a quale criteri usare per considerare una persona normale e una no. Da qui è nata l’idea di provare a registrare qualcosa partendo dall’idea di affrontare musicalmente gli stati mentali. Credo che dalla registrazione al missaggio sia passato al massimo un mese. So che un’etichetta indipendente chiese di editarlo e ripubblicarlo, ma poi non ci siamo trovati d’accordo. “Sunny Day” invece è uscito nel 2010 ed è il disco che rappresenta l’Italian BritPop, con il quale ho cercato di unire i miei due amori, il British e l’Italia. E’ stato distribuito digitalmente con Carosello Records e ha permesso a me e alla mia band di fare due tour a Londra e in Svezia e tre tour in Sicilia dal 2010 ad oggi. La soddisfazione più bella che mi ha dato “Sunny Day” è l’avermi portato a cantare in italiano a Londra, la patria dei miei padri musicali. Vedere il popolo inglese apprezzare le mie canzoni per me è stata una grande emozione.”

Cosa trovi a Milano che invece da voi in Toscana manca, musicalmente parlando?
“Anche se da esterno e considerando che l’erba del vicino è sempre più verde, ho visto molta unione fra artisti, oltre che, ovviamente, avere molte opportunità in più rispetto ad altre città italiane”

Come procede il lavoro al nuovo album?
“Bene. Credo molto in questo nuovo progetto e sento che sono maturato. Sto ricevendo molte vibrazioni positive e spero che siano delle belle rose quelle che fioriranno”

Ed io sono sicura che i bei fiori di Nicola sbocceranno presto e grazie alla danza del vento il loro profumo arriverà molto lontano…

http://www.nicolabarghi.com

Melissa Mattiussi

 

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