Joaquin Cortès – Io ballo da solo…

 

 

Teatro Smeraldo – 10 giugno 2008

Non si inizia mai un articolo con una negazione. Non ci si espone mai in prima persona. Quanti “non” in questo mondo. Ma qui proprio non ci siamo… E’ l’essere umano che vi parla, la ballerina e anche la giornalista, con l’obiettività di una persona che da pubblico assiste allo spettacolo di un fenomeno troppo osannato. Ma se è questo che le grandi platee vogliono, siamo messi male.

Joaquin Cortès è un eccellente ballerino con un apprezzabile bel progetto, quello di contaminare il flamenco con tutto il resto del mondo della danza, dalla contemporanea alla classica, dall’afro al jazz. Quello che però arriva in platea è un delirio di egocentrismo, all’interno di quadri d’ensamble abbastanza statici, in cui fortunatamente i 16 musicisti dimostrano la loro bravura, pur essendo le musiche molto ripetitive. Tre cajòn, due chitarre, tre cantaoras, tre cantaores, due violini, un violoncello, una fisarmonica, un basso. Joaquin è poco presente sul palco e, anche quando c’è, risparmia la sua bravura, dando dei piccoli assaggi di ciò che saprebbe fare. Solo nell’ultima parte di “Mi soledad” concede un po’ più di sudore, con un alegrìa e un tango. Se non facesse tanto la prima donna e tornasse all’anima vera del flamenco, dando ossigeno alle sue buone qualità, l’Arte ne trarrebbe giovamento. Così facendo, invece, si spezza le ali da sé, “aggravando” la situazione con continue lamentele nei confronti di chi, fra il pubblico, cerca di fotografarlo o riprenderlo, oppure nei confronti di chi gli sbaglia le luci. Ma una delle “regole” del palcoscenico non era “The show must go on”, sempre e comunque, anche se perdi una scarpetta?!

E’ davvero un peccato che il talento venga sprecato e questo qualcuno glielo dovrebbe dire, soprattutto perché, come dice lui, è fiero di essere Gitano. E quindi dovrebbe rispettare il sentimento che il suo antico popolo ha messo nel flamenco. Il mondo ha ancora bisogno di sincero sentire e di emozione.

Melissa Mattiussi

 

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