24 Hour Party People: quando devi scegliere tra la verità e la leggenda, stampa la leggenda

Manchester, anni ’80. Tony Wilson, interpretato da Steve Coogan, è giornalista e conduttore televisivo in un’emittente locale. Assieme ad alcuni partner fonda la Factory Records, etichetta di Joy Division, New Order, Happy Mondays e Durutti Column, e la Hacienda, discoteca che sarà, almeno questa è la tesi del film, la culla della cultura rave.

Io non sapevo neanche che esistesse, una cultura rave.

Ora, non è necessario sapere di cosa si sta parlando per vedere il film: basti sapere che questi strani inglesi si fanno di tutto, mettono insieme un’etichetta discografica che non stipula contratti coi propri artisti, vendono 45 giri con costi di produzione più alti del prezzo finale dell’oggetto, e riescono a tirare avanti per quasi 15 anni producendo musica e cultura che ancora oggi mantengono un carattere e un’identità distinte e non replicabili. E tutto questo fa morire dal ridere. Non stiamo parlando di un film serioso o di un documentario: Coogan entra ed esce dal personaggio, fermandosi per guardare in camera e commentare gli eventi cardine della storia: il primo concerto dei Sex Pistols a Manchester, il suicidio di Ian Curtis, i problemi di droga di Shaun Ryder, le demenziali politiche finanziarie della Factory che alla fine ne decreteranno il fallimento. Le cose non sono andate esattamente così, dice, eppure non potrebbero venire raccontate in modo diverso. Il film è un continuo ammiccare al pubblico, mirando a raccontare lo spirito di un periodo piuttosto che i fatti, ma questo non ne diminuisce l’efficacia.  Il regista Michael Wintebottom (autore di Benvenuti A Sarajevo del 1997, e più recentemente di The Killer Inside Me) scherza con la morte, letteralmente, eppure il racconto non è mai denigratorio, nemmeno quando vediamo il cantante degli Happy Mondays che cerca di sniffare il metadone che è colato dai propri bagagli sul pavimento dell’aeroporto, o la bara di Martin Hannet che è troppo larga per la fossa, o quando Wilson cerca di convincere un giornalista che Ian Curtis è “l’equivalente musicale di Che Guevara”. Parlando del film è facile cadere nell’aneddotica, quando invece la narrazione è ben strutturata, sia  in senso tematico che cronologico.

24 Hour Party People è la storia di un epoca raccontata attraverso la musica e le persone responsabili per essa, dove i Joy Division rappresentano la Manchester post-industriale della crisi di fine anni ’70, e gli Happy Mondays ovvero quella spensierata e folle delle droghe e dei locali notturni, una decade più tardi.

Lo sforzo produttivo per far rivivere ambienti e atmosfere dell’epoca è encomiabile: pare ad esempio che gli interni della Hacienda siano stati ricostruiti da zero e siano identici all’originale. Nel cast spicca  Andy Serkis, che nello stesso periodo stava prestando voce e movenze a Gollum del Signore Degli Anelli.

E’ una pellicola del 2002, arrivata in Italia solo l’anno scorso per le Officine Ubu. Dovreste vedere questo film. Possibilmente in inglese. Perché se viene detto con un vero accento british, non può essere una boiata.

Grazie a Bob Autuori

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