Giulietta E Romeo – Teatro Olimpico, Roma dal 19 al 24 maggio 2009

 

Balletto di Roma – Direzione Artistica di Walter Zappolini
Coreografie di Fabrizio Monteverde
Musiche di Sergej Prokofiev
Scene di Fabrizio Monteverde e Carlo Cerri

Giulietta:  Claudia Vecchi
Romeo: Kledi Kadiu
Mercuzio: Marco Bellone
Tebaldo: Bernard Shehu

La compagnia
Placido Amante, Marco Bellone, Bledi Bejleri, Michele Cascarano, Giovanni Ciracì, Sabrina Fontanella, Anna Manes, Ivana Mastriviti, Giada Piana, Isabella Pirondi, Michelangelo Puglisi, Azzurra Schena, Bernard Shehu, Stefano Zumpano

La storia, quella di sempre, quella di un amore privato che non trova consenso nel pubblico, non ha bisogno di presentazioni. Quell’amore che sa prescindere da convenzioni e ordine sociale. Puoi raccontarlo attraverso le parole di un racconto, modularlo tra le righe e gli spazi di un pentagramma, accenderlo di colore sulla tela di un quadro, infine lasciare che sia il movimento dei corpi, la danza dei corpi a rinnovarne la storia, storia di una donna, storia di un uomo – Giulietta che incontra Romeo – perdutamente innamorati fino all’ultimo respiro, “E così con un bacio io muoio”, inesorabilmente contrastati. La produzione del Balletto di Roma racconta il dramma amoroso, ma sembra allontanarsi dalla storia. L’amore diventa un pretesto, presenza marginale, per portarci – spettatori un po’ sorpresi – verso altre dimensioni. Così l’atmosfera tetra è quella del secondo dopoguerra italiano, le ombre delle morti appena passate, non ancora dimenticate, fanno da cornice ai morti che verranno. E la storia diventa tragedia, da Mercuzio in poi. La guerra già presente nell’opera originale, dove l’Italia cinquecentesca è divisa in Comuni in guerra tra loro, si riflette nell’animosità tra le due famiglie, e le famiglie ruotano intorno ai personaggi delle due madri. Sono le madri le vere protagoniste di questi Giulietta e Romeo come le coreografie di Fabrizio Monteverdi ci raccontano. Gli altri personaggi, gli stessi protagonisti, diventano passanti sbiaditi, talvolta tanto opachi da sembrare inespressivi, volutamente oscurati da genitrici ingombranti. Quella di Romeo (esemplare Anna Manes, nell’esprimere attraverso movimenti aspri e ruvidi la prepotenza di una madre assolutista), spigolosa e crudele, inquietante su una sedia a rotelle da cui scende per diffondere il suo messaggio di violenza e morte, perennemente circondata da figli in attesa delle sue determinazioni. E quella di Giulietta, appena più remissiva, ma pur sempre ostinata nell’affermazione del proprio volere capriccioso. Nella scenografia opprimente, nera, piatta, chiusa, i danzatori rimangono sospesi, letteralmente appesi a perni che fermano l’azione favorendo l’immaginazione. La danza si fa contemporanea nella rottura degli schemi classici, nella distanza presa da quei riferimenti, letterari in primis, che pensavamo di ritrovare. Dell’opera di Shakespeare appena un cenno sull’amore ideale mai avverato, archetipo di tutti gli amori contrastati. Ma ben poco rimane della descrizione poetica dell’opera originale. Così, se aspettavamo una storia d’amore, potremmo essere rimasti delusi. Solo nel passo a due di Giulietta e Romeo che chiude il primo atto, quando la scenografia letteralmente si apre, ed è la storia ad aprirsi, quando lei scende verginale ma determinata nell’affermare la sua passione, e lui la accoglie pieno di desiderio e curiosità per il suo nuovo amore, prendiamo fiato e pensiamo che un altro finale sia possibile.

Grazie a Zdenka Rocco

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