Brad Mehldau: Highway Rider

C’è qualcosa di indefinibile, di ineffabile, di magico, nella musica di Brad Mehldau (Jacksonville, Florida 1970) che testimonia un cammino alla ricerca di una semplicità archetipica, a monte di tutte le cose, a priori, un desiderio infantile, innocente, di giocare con del materiale e plasmarlo, riplasmarlo e divertirsi con questa plastilina di note, di accordi, di temi e lasciarla divenire qualcosa di sempre nuovo, un caleidoscopio di perline luccicanti che non smette di emanare piacere.

Ebbene sì, c’è dell’edonismo, nella musica di Mehldau. Imperdonabile sarebbe stato questo se fossimo vissuti in altro contesto. Ora è tutto diverso, l’arte non è più rivoluzione ma riflessione, nostalgia, evocazione. L’arte di Mehldau non è niente di più che ricerca della nuda bellezza.
Nuda, sì, come la fanciulla dell’ “Amore Sacro” di Tiziano, al riparo di nessuna schermatura politica, eppure quanto mai politica ed impegnata in questa maniacale ricerca di rigore, di apertura in avanti, studio filologico, orchestrale, oltre la forma pura, classica e consacrata del trio.
Mehldau si diverte: ad abbassare, ad alzare, si ascolta concentrato suonare un piano che, non a caso, si dilata gradualmente verso una direttrice più orchestrale per consentire al gioco di durare un attimo in più, una nota in più, una battuta in più del possibile.
I suoi compagni sono dei veri e propri complici e dunque meritevoli della colpa di aver scritto, assieme al loro capo, un autentico  capolavoro.
Le tracce sfilano lentamente e mentre le vedi passare ne apprezzi la scia di profumo che si lasciano dietro.
La curva dello spazio non mi è mai sembrata tanto sensuale, e mi piace questo universo dove tutto si avvolge in spirali che, godendo di virtù taumaturgiche (come le note dell’ “Arte della Fuga” di Bach) curano il cancro e non si annodano mai.
Ed anche quando i brani si sospingono su territori, quelli sì, di assoluta tristezza è sempre la bellezza ad emergere, come nello “Stabat Mater” di Pergolesi. La contemplazione degli spazi dolorosi è più che alleviata da una spinta verso l’alto. La tensione è mistica assai, eppure quando ti chiedi se non stiamo per caso sconfinando nei paesaggi estoni alla Arvo Part da qualche parte, prima in distanza e poi sempre più vicino, ritorna quella manciata di note blu.

Vi avevo detto che con Mehldau non ci si perde mai. Siamo tornati al punto di partenza. La nostra guida è stato fantastica. Ma ora vi chiedo: riusciremo a vincere la nostalgia di quelle vette che abbiamo sfiorato con le dita? Ce la faremo, amici miei?
Marco Lorenzo Faustini

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