Chopin, Afanassiev e l’arte della mazurka

Frederic Chopin (1810-1849) – Mazurkas – Valery Afanassiev – Denon, 2001

Il polacco Chopin, in perenne esilio in terra di Francia, non poteva non recare con sé echi della sua terra natale. Ma la ‘mazurka’ chopinana ha poco, o nulla, del ballo popolare di cui porta il nome; ne resta solo il senso sottile di danza in ritmo ternario, e poco più. Quest’oggi vorrei introdurvi alla “Mazurka No.4 in A minor op. 17″ nella splendida interpretazione resa da Valery Afanassiev (Mosca, 1947) in una registrazione per la Denon del 2001.


Questo brano, scritto nel 1831 da uno Chopin poco più che ventenne, è composto da 132 battute in tutto. Ecco: già dalle prime quattro misure, in una sorta di brevissima introduzione che fungerà anche da coda, l’autore riesce a creare quasi una sospensione del tempo, una nebbiolina, un vapore che sembra avvertire l’ascoltatore che quello in cui si sta addentrando è un territorio dalle poche certezze e dai molti dubbi.

Il fraseggio è elegantissimo ma la linea compositiva è spezzata da piccole esitazioni compensate, per equilibrare il tutto, da gruppi di note velocissime e un po’ a tempo rubato dalla mano destra, mentre la mano sinistra resta dall’intenzione molto costante. Tenete presente che Chopin fu pianista assai rigoroso, grandissimo ammiratore del “Clavicembalo ben temperato” dell’ancor più rigoroso Bach, e dunque non avrebbe mai apprezzato esecuzioni troppo ‘libere’.

L’idea, più romanzata che romantica, dell’artista che si sdilinquisce sul pianoforte non è suffragata dai fatti. Ripeto: Chopin fu pianista rigoroso, attentissimo al ‘legato’ e al ‘tempo’.

Questo senso di incertezza si trasferisce, è una caratteristica tutta chopiniana, direttamente dalla partitura alla nostra anima. La risoluzione delle frasi è sempre rinviata in avanti, con una tecnica che in letteratura potremmo definire di ‘enjambement’. Ed anche quando, finalmente, l’autore risolve è sempre creando, ad arte, dei vuoti dove ci attendiamo dei pieni, dei maggiori dove ci attendiamo i minori.

L’ambiguità armonica sembra sciogliersi quando, ad un tratto, il brano appare virare verso una tonalità maggiore, più solare, più solenne. Ma è solo l’illusione, di nuovo si torna, secondo un pattern caro all’autore, a quest’atmosfera malinconica e rarefatta. E’ un cammino nelle profondità dell’anima che ci viene mostrato. Dove soltanto la bellezza addolcisce un po’ questo senso di oscura inquietudine.

Le pause di Afanassiev, nella sua esecuzione molto personale, accentuano questo senso di sospensione e di attesa. Senza enfasi, giocando solo con vuoti dilatati, senza esagerare, il geniale pianista russo dà una resa quasi impressionistica, alla Debussy. Ci sta bene, questa lettura che si prende gioco del meschino procedere degli anni, del banale trascorrere del tempo. L’Arte vera, alla fine, è sempre là dove eterna scorre la Luce.

Marco Lorenzo Faustini 

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