Chopin e “Gli addii”

Il “Valzer degli Addii” (opus 69 n.1) fu composto nel 1836 da Fréderick Chopin (1810-1849) quando l’autore aveva 25 anni; è un brano breve nel quale non compaiono passaggi tecnici troppo impegnativi ed è dunque spesso inserito anche nel repertorio di pianisti di medio livello.

 

Fin dalle prime battute viene creata un’atmosfera di sognante malinconia, eppure il brano si presenta asciutto, scarno quasi, a testimonianza che Chopin, più che figlio del suo tempo, si ispira a modelli più classici, come a Mozart e, risalendo indietro, a Bach.

Si percepisce molto bene l’idea di una scansione del tempo piuttosto regolare con la mano sinistra mentre alla destra è lasciata una maggior libertà interpretativa (ma sempre alla Mozart, senza eccessi di ‘rubato’). Un’esecuzione asciutta, in effetti, lascia meglio apprezzare il contrappunto tra la regolarità di una mano e il fraseggio- a tratti quasi jazzistico- dell’altra.

Le prime 32 misure espongono il tema, bellissimo, con un’indicazione metronomica di lento. La seconda parte con anima e la terza dolce sembrano risollevare un po’ quest’atmosfera di tristezza. Ma il pezzo ripiega sempre su quel mood iniziale, come girando intorno ad un’intuizione che maschera, sotto la leggerezza effimera del valzer, un cantabile intimo e quasi impalpabile.

Chopin è sempre sé stesso, anche in questa breve composizione. La pulizia formale del brano è assoluta e gli ingredienti per la costruzione di un momento musicale intenso ci sono tutti. Ci troviamo di fronte ad uno di quei casi in cui il conflitto tra ragione e passione viene risolto lasciando tutti vincitori. Il sentimento (il pezzo era dedicato a Marie Wodzińska, alla quale Frédérick fece una proposta di matrimonio, poi sfumato) di una passione impossibile è, in qualche modo, imbrigliato in una forma così ben disegnata da non lasciare nessuno spazio ad inutili strascichi retorici.

Se si riesce a separare l’opera di Chopin dalla sua biografia (o addirittura dall’agiografia che ne fece – ai suoi tempi- una sorta di leggenda vivente) si può meglio apprezzare il valore assoluto delle sue intuizioni musicali. Il pianoforte, strumento romantico per eccellenza, è sempre al centro della sua attenzione (Chopin fu pianista apprezzassimo anche se non arrivò a tenere più di una trentina di concerti ufficiali in tutta la sua vita).

Fu amato dalle donne ed osannato dai suoi colleghi: Robert Schumann, che oltre che eccelso compositore fu ottimo critico musicale, gli diede pubblicamente del genio. Franz Liszt ne curò una biografia. Eppure Chopin, come già accennato, ha un suo cammino artistico che, quasi schivando le mode del suo tempo, lo rende da subito un ‘classico’ nel senso di contemporaneo ad ogni epoca. La morte, per tubercolosi polmonare, lo coglie a trentanove anni ma lo consegna ad un’immortalità della quale ancora oggi godiamo. Anche con queste poche righe musicali non possiamo non sentirci rapiti da quella che, più che musica, sembra una riflessione profonda, ed a tratti amara, sul senso della vita.

Marco Lorenzo Faustini

Condividi.