Come è stata la vostra prima volta?

Ma cosa vi viene in mente, miei maliziosi lettori? Il sottoscritto intende parlare dell’impatto che ha avuto, su di voi, un certo brano musicale, un’aria, un passaggio, la prima volta che lo avete ascoltato.

 

E dunque vi relaziono, in ordine metodicamente caotico, ossia via via che mi vengono in mente, alcune delle mie più indimenticate “prime volte”…

La prima volta che ascoltai Keith Jarrett (“The Köln Concert”, ovviamente) rimasi praticamente folgorato. Io, abituato a vedere il pianoforte suonato da bambini educatissimi con la riga in mezzo, fui sconvolto dai dimenamenti, dai gemiti, da quei versacci e, perfino, udite udite, dall’utilizzo del pedale del sustain per provocare una percussione che rimbombava nella piazza silenziosa ed attonita piena di buona gente tedesca. Gemiti e lamenti, appunto, eppure che musica, signori. Fu come se si fosse squarciato il velo del Tempio, se il Profeta mi avesse rivelato, tutto in un colpo, la Verità.

Altri impatti clamorosi da segnalare nella mia autobiografia: l'”Impromptus D.899″ di Franz Schubert, il brano “James” del Pat Metheny Group (con un solo di Lyle Mays che riuscì a distruggere le mie già fragili certezze sulle leggi della gravità applicata alla musica).

I “Concerti Grossi” di Handel che poi detto così è un po’ eccessivo: solo certe parti, solo determinati passaggi ebbero, sul sottoscritto, un effetto tanto dirompente. Eppure che emozioni, che inalazioni profonde di un’aria che era tutto meno che polverosa e barocca.

Il Gershwin d “Porgy and Bess” (soprattutto nel momento in cui l’orchestra introduce “Summertime”) ma anche la “Sagra” di Stravinsky, il passaggio percussivo, violento, dove la terra trema. Il secondo movimento della “Symphonie Fantastique” di Berlioz, dove perfino io, che notoriamente ballo come un cavallo azzoppato, sognavo di volteggiare in una salone stringendo tra le braccia una fanciulla bellissima e dal vitino di vespa… (e finivo per risvegliarmi, come Charlot, con una vecchia scopa in mano!).

Ma anche “Firth of Fifth” dei Genesis, con l’introduzione da brivido di Tony Banks non era mica male.

Poi c’è quella corale di Bach dove, dopo l’incipit dell’organo, entra il coro maestoso, solenne, a cantare “Jesus Bleibet Meine Freude” roba da far venire la pelle d’oca: ancora una volta quel vecchio parruccone di Johann Sebastian ha colpito nel segno facendomi vibrare d’astratto furore mistico.

Al contrario la lirica mi ha raramente distolto dal mio olimpico sopore. Tosca, personalmente, può continuare a lanciarsi da Castel Sant’Angelo. Aida continua, per sua libera scelta, a farsi seppellire viva (ma in fondo nessuno glielo ha chiesto). Al limite provo un po’ di pietà per la piccola Butterfly: piuttosto il pugnale in petto lo avrei piantato a quell’idiota di Pinkerton.

Questione, come sempre, di gusti.

Marco Lorenzo Faustini

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