Domenico, Vladimir e le “Sonate”

Non saprei esattamente come definirla: se classica, romantica, filologica, clavicembalistica o cos’altro; sta di fatto che la lettura di Vladimir Horowitz (1903-1989) delle Sonate di Domenico Scarlatti (1685-1757) ha il pregio di rasserenarmi, e non poco, l’animo.

Era destino che il 1685 si popolasse di grandi musicisti: è infatti l’anno di nascita anche dei sommi Johann Sebastian Bach e Georg Frideric Haendel. E George Frideric e Domenico Scarlatti incrociarono spesso le loro ‘spade’ in sfide vis-a-vis per determinare il primato del virtuosismo 
(celebre la disfida tenuta presso il palazzo Ottoboni, in Roma, che vide vincitore Domenico al clavicembalo ma individuò in Giorgio Federico il più esperto all’organo).

Si narra anche di una visita di cortesia di questi due musici, al ‘prete rosso’ Antonio Vivaldi nella Chiesa della Pietà in Venezia, ma non è cosa certa. Non si sa molto, in effetti, della vita di Domenico Scarlatti; al contrario la sua musica è pura, trasparente, cristallina, unitaria.  C’è che ritrova, nelle sue linee compositive, tracce della sua Napoli, del Mediterraneo, del Portogallo, della Spagna dove visse (morì a Madrid in calle de Leganitos – c’è tanto di placca solenne a ricordarlo).

La sonata è tutto, in Scarlatti. Ne ha composte un’infinità (a dire il vero: 555, delle quali 496 conservate in stampa presso la Biblioteca Marciana, in Venezia). In qualche modo esse sembrano tutte una variazione su tema. Bellissime, piene di vita, capaci di descrivere un’infinità di timbri, di sonorità, di stati d’animo (ma allora come si fa a dire che la musica barocca è fredda?).

Riescono ad intrattenerci, queste invenzioni, lasciando che il nostro animo vaghi con leggerezza ed è per questo che mi piace pensare anche al valore terapeutico di questa musica.

Horowitz si preparò con meticolosità all’interpretazione di Scarlatti e consultò a lungo il clavicembalista Ralph Kirkpatrick (la “K” che identifica le sonate di Scarlatti deriva dai suoi studi classificatori). Horowitz riesce a non farsi mai prendere la mano, lascia che la musica di Scarlatti scorra fluida nella sua cantabilità, nel suo gioco infinito di scale doriche e frigie (queste ultime tipiche del flamenco), nei passaggi da maggiore a minore, nell’elegante merletto di frasi che si rincorrono e che si citano e perfino si fanno il verso. Chissà se Scarlatti avrebbe apprezzato questa versione al piano di sonate concepite per il clavicembalo? Anche se qualcosa per piano Scarlatti compose, essendo presente, presso la corte di Madrid, un esemplare del ‘nuovo’ strumento.

Certo è che la tecnica degli strumenti a tastiera dopo Scarlatti non è più la stessa, coprendosi di salti d’ottava, di note ripetute, di passaggi a mani incrociate. una delizia per gli amanti del virtuosismo. Ed anche in questo apprezzo il genio compositivo di Scarlatti. La capacità di mimetizzare, dietro sottili astuzie, linee strutturali molto più imponenti. Del resto, per quanto sappiamo, anche se trascorse molti anni tra le diverse corti d’Europa egli fu uomo schivo, riservato e molto riflessivo (in questo ricorda un po’ il sommo Bach, uomo pio e laborioso).

L’ascolto della coppia Scarlatti – Horowitz è assai piacevole. Il suo riascolto un puro godimento dello spirito.

Marco Lorenzo Faustini

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