Frank Zappa ovvero…

… già lo so che mi farò dei nemici, che alcuni di voi mi toglieranno il saluto, che magari mi bucheranno pure le ruote dello scooter. Ma devo farlo: mi avete provocato e non voglio tirarmi indietro. Mi è stato infatti richiesto di parlare di “Peaches en Regalia”, un brano datato 1969 e tratto dal secondo LP da solista “Hot Rats” di Frank Zappa (1940-1993).

E allora iniziamo le danze: il brano apre con una bella rullata di batteria rinforzata da un basso che introduce alle prime battute con un suono orchestral-pop maestoso e solenne.

Da 20” a 40” si presenta il primo tema che ricorda un po’ “Oye Como Va” di Tito Puente (non vi eccitate: Carlos Santana l’ha solo suonato, questo brano, nel 1970).

Poi dal 41” al 1′ 06″ il suono diventa “raw and sophisticated”; la tecnologia “state-of-the-art” del 16 tracce utilizzato dal buon Frank si fa sentire (il meglio possibile, a quei tempi!).

C’è un grosso lavoro di “overdubbing” (sovraincisione, per voi zappe che non parlate inglese) che contribuiscono a rinforzare i fiati ma nel frattempo che muovono il ‘fondale’ arricchendolo di piccoli dettagli molto interessanti (per l’entomologo, intendo, più che per il musicologo).

Dall 1′ 06″ al 1’26” il brano si distende e, con agile metamorfosi tipicamente zappiana, assume l’aspetto di sigla di serie televisiva (tipo “The Streets of San Francisco”).

Nei successivi 10″ (fino a 1’36”) l’omaggio alle soundtrack televisive si fa ancora più esplicito.

Ma poi (fino a 1′ 48″) si torna, con un organo alla Keith Emerson all’idea di partenza di un brano rock sinfonico.

Un lungo ponte, con il quale doppiamo agilmente la metà del pezzo, ci porta (fino a 2’06”) a una sorta di falso atterraggio, dove però il ‘climax’ liberatorio dello pseudofinale deve inchinarsi ad una nuova idea “bridge” dell’inesauribile, fertile mente zappiana.

Da 2’20” si riprende il primo tema e poi il secondo che funge da “ostinato” e si ripete ciclicamente fino al ‘fade-out’ del brano; un certo suono ‘rococò’ sarà tanto copiato e ricopiato (sentitevi ad esempoi l’abbastanza stucchevole “Phantom Navigator” di Wayne Shorter -ma qui parliamo del 1987!).

Inoltre si ascoltano, proprio verso il finale, delle rullate sui tom che faranno la fortuna, 10-15 anni dopo, delle varie drum-machines della Roland con i loro campionamenti in pura plastica.

Che vi posso dire: della difficile catalogazione dell’opera zappiana, di un certo barocchismo, di una ricerca di vari ‘strati’ di suono che fanno la felicità del tecnici del suono in un era che, pre-digitale, compie dei veri miracoli di ingegneria delle registrazioni.

Dopo di che: Zappa piace o non piace. A me non piace, anche se non voglio togliere nulla alla sua ricerca di nuove soluzioni, ai suoi riferimenti alla musica colta (Edgar Varese prima di tutti), alla professionalità dei suoi lavori.

Ma forse quello che mi piace ancora meno sono gli “zappiani” a tutti i costi. Ma io odio, in generale, gli apologeti, e ce ne sono dappertutto, dalla classica al jazz. Quelli che difendono le registrazioni di Parker quando era così inzuppato d’eroina da non sapere neppure su che brano stava improvvisando.

Nel caso della fauna zappiani-ad-ogni-costo i miei strali si rivolgono contro coloro i quali, bifolchi ed ignoranti, utilizzano la notevole cultura musicale del loro eroe per farla propria (dato-che-Lui -sa-tante- cose-e-Lui-mi-piace-allora-tante-cose-le-so-pure-io).

Scusate ma non è così che funziona il sillogisma. Ma al ‘sistema-rock’ (che comunque è sempre una sottocultura) hanno sempre fatto comodo degli ‘intellettuali’.

Finisce che,a conti fatti, a Frank Zappa voglio più bene di quel che credo. E questa, in fondo, è una sorpresa anche per me.

Marco Lorenzo Faustini
 

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