La cura dell’insonnia secondo Bach (non quello dei fiori)

E’ da ricercare nell’insonnia del conte Kayserling la ragion d’essere di questo mio umile scritto. “Ma di che parli?” vi chiederete voi, amati lettori. E’ presto detto: il Conte non riusciva a dormire e fu così che propose al sommo Bach di scrivere un tema e delle variazioni di modo che il suo musico Johann Goldberg (1727-1756) potesse intrattenerlo nelle sue lunghe, lipsiane notti senza riposo.


D’accordo, l’abbiamo presa alla lontana, ma del resto per affrontare Johann Sebastian Bach (1685-1750) conviene sempre procedere con la dovuta cautela ed il massimo rispetto.

Vorrei dire che Bach, in fondo, nessuno l’ha capito mai del tutto. Né il sommo fece nulla per assicurarsi l’immortalità, la fama imperitura. Si comincia a capire Bach dal 1829, quando la “Passione secondo San Matteo” viene rappresentata, sotto la direzione di Mendelssohn. Si comincia a editare l’opera immensa di questo lavoratore (luterano e perciò instancabile) solo dal 1850, e cioè a cento anni esatti dalla sua morte.

Il fatto è che Bach sa, l’ha sempre saputo, d’essere un artista straordinario. Studiare Bach è come assistere al lavoro di un artigiano ed accorgersi che, frase dopo frase, battuta dopo battuta, egli sta realizzando non una piccola, preziosa miniatura ma, al contrario, un’immensa, maestosa cattedrale.

Ma veniamo ora alla lettura di Glenn Gould (ci riferiamo alla registrazione del 1981). Gould esegue le “Goldberg” mettendo il suo talento a totale servizio del testo: rigoroso, pulito, cristallino. Gould è, simultaneamente, cerebrale, muscolare e passionale (si sente la voce, nel sottofondo, che intona le note). La ricerca della purezza del suono è maniacale. Perfino il pianoforte sembra un ostacolo, a tratti, volendo Gould essere il ponte tra noi, gli ascoltatori, e la musica di Bach.

E’ come se Gould cercasse di rappresentarci la matematica, la meccanica celeste, i numeri che Bach si diverte ad infilare uno dopo l’altro, uno dentro l’altro, come in un nastro di Moebius musicale, dove è quasi impossibile non smarrire la nostra posizione relativa. Dove comincia? Dove finisce? Dove siamo?

Da genio a genio, da cuore a cuore le “Goldberg” ci raccontano un gioco di purezza dove ogni cosa descrive un equilibrio, una voce scende e l’altra sale, un canone insegue un altro canone, parallelo o inverso che sia, melodia e contrappunto, fuga – in senso musicale- e fuga dalla realtà.

Potremmo discutere all’infinito: se fosse migliore l’altra interpretazione, quella del Gould annata 1955. Se sia migliore dare un’impronta più atletica, più clavicembalistica (Bach in fondo il pianoforte non l’ha mai visto in vita sua), più orientata al ‘classico’ (si dice che la morte di Bach segni la fine del barocco) oppure prefigurare un aspetto più ‘romantico’ ma senza peccare di anacronismo dato che Bach, come Mozart, è spesso al di fuori del tempo, di ogni tempo.

Sta di fatto che se già lo stesso interprete ‘legge’ la partitura in modo tanto diverso figuriamoci quando andiamo a confrontare diversi tastieristi (ci mettiamo pure i clavicembalisti, a pieno titolo, in questo caso). Ma questo ci riporta, idealmente, al punto di partenza.

Il sommo Bach è talmente sommo che nessuno può apporre il proprio sigillo e dire: è così che si suona. Ma questa è l’arte, dove alla fine anche i sommi artisti muoiono ma la musica continua a viaggiare tra le sfere celesti, nel cosmo, incurante delle miserie e delle meschinità umane.

P.S. Il conte Kayserling fu eternamente grato a Bach. Ma tutto questo è anche un po’ leggenda, essendo stata raccontata da un biografo, Johann Nikolaus Forkel, che narra fatti accaduti oltre sessant’anni prima. Ma alla fine cosa importa? Non solo: c’è chi pensa che neppure l'”Aria” di partenza sulla quale sono imperniate le “Goldberg” fosse opera del sommo Bach. Ma, insisto io, che cosa importa?

Marco Lorenzo Faustini

Condividi.