Lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi

Forse Giovanni Battista Pergolesi presentiva che la sua breve vita (1710-1736) stava per giungere al termine mentre lavorava febbrilmente, c’è chi dice fino all’ultimo giorno, al suo Stabat Mater.

Quanto vera ed amara ci appare l’espressione, se ben ricordo di Stendhal, che afferma che “subito dopo la perfezione ecco la morte”.

Stabat Mater, una preghiera-sequenza attribuita a Jacopone da Todi (sec. XIII) che descrive la Madre addolorata in lacrime presso la Croce era, al tempo di Pergolesi, assai popolare.

I “Cavalieri della Vergine dei dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo”, in Napoli, chiesero al giovane compositore una nuova versione che sostituisse lo “Stabat Mater” di Alessandro Scarlatti (che era del 1724) e che veniva eseguita in tempo di Quaresima.

Il dolore della Madre descritto nella prima parte della sequenza veniva, nella seconda parte, fatto proprio dall’orante. Me sentíre vim dolóris fac: fammi, o Vergine, provare i tuoi stessi dolori (e quelli del Figlio tuo).

Il fedele diviene egli stesso l’ Agnus Dei, qui tollis peccata mundi. Quaresima è dunque il tempo propizio per l’espiazione non solo dei propri peccati ma anche di quelli altrui, per caricarsi, come l’uomo di Cirene, l’altrui Croce, l’altrui dolore.

In questo complesso contesto di fede (la preghiera dello “Stabat Mater” venne abrogata dal Concilio di Trento del 1543-63 e ripristinata da Benedetto XIII nel 1727), dove l’aspetto teologico e dottrinario deve cedere il passo al potente fervore popolare, ed in un luogo dove anche i gusti musicali cambiano rapidamente (sempre Stendhal dirà, un secolo dopo, “in Europa ci sono due capitali: Parigi e Napoli” a testimoniarne la vivacità culturale) il Pergolesi si trova su un crinale infido: coniugare una visione desolata, di dolore assoluto, con una spinta che, partendo dall’empatia, conduca verso il superamento della sofferenza, in una speranza che può essere letta in chiave cristiana (come farà Bach, che sullo “Stabat Mater” studierà a lungo) ma anche in una visione più laica, in un’energia che ci viene forse più da Prometeo che da Zeus.

Questa è la sfida. Ma è chiaro, già dalle primissime note, che la Bellezza vince su tutto, perfino sull’assoluto dolore, perfino sul’assoluta, definitiva morte. In un’energia di un mozartiano ante-litteram (anche Wolfang Amadeus morirà scrivendo un “Requiem”) Pergolesi finisce per convertici tutti. Se non alla fede cristiana nella resurrezione almeno a quella, più laica, del riscatto dalla misera condizione umana.

Discografia: posseggo due versioni dello Stabat Mater, entrambe molto belle. La prima è diretta da Christopher Hogwood ed interpretata dalla Academy of Ancient Music, Emma Kirkby e James Bowman (1980). La seconda è quella diretta da Charles Dutoit ed interpretata dalla Sinfonietta de Montréal, con June Anderson e Cecilia Bartoli (1991).

Marco Lorenzo Faustini

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