Moonbeams

Oggi vorrei parlarvi non di un CD intero, né di un autore (in questo caso “solo” un interprete), ma di un singolo brano. In fondo ascolto e riascolto questi 302″ di musica da tanti di quegli anni che sento il dovere di ringraziare quest’artista per quello che mi ha dato e che ancora mi da.

Allora: vi sto parlando di Bill Evans (1929-1980), il CD è “Moonbeams”, la traccia è la seconda, “Polka Dots And Moonbeams”.
Un po’ di storia, tanto per fare le cose per benino: intanto il titolo del brano suonerebbe, tradotto in italiano, “Pois e Raggi di Luna”; il pezzo è una classico americano, una di quelle canzoni un po’ melense composte nel 1940 da Jimmy Van Heusen (1913-1990). Su “You Tube” ne trovate una versione cantata da Frank Sinatra, interpretazione neanche troppo convincente di un brano che risente, e non bene, del peso degli anni.
Ma non è di questo che parliamo.
Infatti quello che voglio mettere in evidenza è la capacità tutta alchemica di Bill Evans di prelevare un pezzo molto ‘classico’ e trasformarlo in tutt’altra cosa.

Ma andiamo per ordine: scomparso il bassista del primo grande trio di Evans (Scott LaFaro), morto tragicamente in un incidente stradale, per Bill inizia un periodo di profonda, devastante crisi personale ed artistica (nel caso di Evans vita ed arte sono in totale simbiosi, l’una lo specchio dell’altra).
Reduce dai trionfi al “Village Vanguard”, il locale newyorkese per eccellenza, siamo nell’estate del ’61, sembrava proprio che le cose si mettessero bene perfino per un’anima tormentata come Bill. La morte di Scott allontana il nostro eroe da club e sale di incisione. Lo allontana da tutti, anche da sé stesso. Un essere così fragile, introverso, sensibile diventa ancora più esposto alle asprezze della vita.
Ma, trascorso un anno, arriva il momento in cui non tanto ‘lo show deve andare avanti’, quanto è la vita stessa a chiedere, di suo, di ripartire. Una sorta di istinto di sopravvivenza, o qualcosa di simile.
E dunque spetta a Chuck Israels (1936) il compito di venire a ricoprire il ruolo di contrabbassista. Paul Motian, “l’eterno” (è nato nel 1931 ed è da sempre, alla batteria, un maestro assoluto) è sempre lì, ad assicurare continuità al trio.
Israels è certamente meno geniale, meno virtuosistico, meno imprevedibile del suo predecessore. Ma il suo suono morbido, avvolgente e delicato si adatta ad un progetto, quello di “Moonbeams”, che è una raccolta di ‘ballad’, dunque di brani lenti e tutti piuttosto lirici.

Ma veniamo finalmente al pezzo. Intanto vi prego di trascurare quel fastidioso fruscio che copre i primi secondi della registrazione. Il brano è, badate bene, nella tonalità di Fa maggiore, ma Bill decide di affrontare le prime battute calandolo di una terza minore, in Re. Dunque i primi accordi, suonati solo dal piano, sono più cupi, più introversi, più notturni.
C’è qualcosa di inquietante in queste prime note, dato che la melodia resta quella di un tema popolare, ma le armonie prescelte dal Nostro formano un ‘incipit’ di tutt’altro segno.
Gli accordi sono come sparsi come carte da gioco su un tavolo, come se la ‘sequenza’ non fosse tanto importante, come se quello che davvero interessa Bill è costruire, più che altro, una tavolozza sonora.
Come sempre c’è una specie di linea di basso, suonata con la mano sinistra, che mette in discussione gli accordi suonati a due mani. E’ come se Evans dicesse: è così, ma c’è anche dell’altro.
L’armonizzazione è elegante. Non si tratta di accordi troppo pesanti, neppure tropo ricercati, direi. La genialità sta nel modo di disporre i materiali, una sorta di ‘ikebana’ delle note. Ogni accordo cala come nell’enunciazione di un elegante postulato matematico. Ma la mente è quella di un artista e dunque superiore (consentitemelo!) perfino all’implacabile ed affilata logica dei numeri.
Dopo 32′, ossia alla 7a battuta, con un colpo d’ala, si verifica il passaggio alla tonalità originaria, con una frase che di per sè vale, solo lei, il prezzo del CD. Eccoci: dopo 36” sono entrati anche il basso e la batteria. Un’apertura che sembra dire: OK, siamo partiti.

Ma Bill sa giocare bene le sue carte. Il trio è il suo territorio, Israels e Motion puntellano le frasi, non c’è nessuno a “tenere il tempo”. Il fatto che il brano resti “a tempo” è il risultato niente affatto casuale di questo approccio secondo un concetto molto evansiano di “interplay”, e cioè di suono/ascolto reciproco.
Al 1’10, ossia alla 17 battuta, il pezzo passa a quella che si chiamerebbe la parte “B”. Evans di nuovo ci illude, ci inganna. Appena scioglie le briglie il pezzo sembra aprirsi ma lui è lì che, inaspettatamente, frena.
Ogni nota ha una sua storia, una dinamica, una logica d’essere, come diceva Picasso delle pennellate di Matisse. All’1’48” siamo alla sezione A (questi brani hanno uno schema compositivo del tipo A A B A, con 8 battute a sezione per un totale di 32). Qui di nuovo accordi aperti, rassicuranti, solari, quasi. L’eleganza è al suo ‘climax’. Se ci fosse Gilda qui si sfilerebbe i suoi lunghi guanti.

Sono trascorsi due minuti ed il tema ricompare, sull’ultimo A, molto ben armonizzato. Un pedale di basso (cioè la ripetizione ostinata di una nota, in quetsto caso un “do”, la 5a dell’accordo dominante) della durata di una battuta crea la giusta tensione per la virata.
Eccoci al nuovo chorus (che è il termine per indicare un giro completo di un brano). Qui Bill si lascia trascinare (con la sua distaccata flemma) da una vera improvvisazione. Sempre frasi cantabili, filanti. Sempre elegante, Bill.
Siamo di nuovo al B, dopo circa 3’40”. Accordi pieni, una sorta di improvvisazione tutta armonizzata, bellissima. Un calo quasi verticale mentre si torna, quasi mestamente, all’ultimo A. La coda del brano si appoggia, a una sequenza di accordi e ad una scala esatonica (ricordate Debussy?) che si spegne in un pianissimo.
Belle anche le note appena accennate. Belli i silenzi, i vuoti. Belle le cose non dette, “l’ineffabile”, quello che non è opportuno pronunciare, come il nome di Dio.
Tutto qui. Dietro la sua apparente semplicità si comprende come ci siano molte cose nascoste nella musica di Evans. E si comprende pure come il pianoforte suonato da Evans sia non uno strumento musicale ma un modo di esprimere l’eleganza di un’anima travagliata alla perenne ricerca della bellezza.

Peccato, comunque, che anche gli immortali come Bill Evans a volte muoiano. Un peccato veramente.

Marco Lorenzo Faustini

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