Paesaggi sonori alla Debussy (Études pour piano, L 136 anno 1915)

Le prime note dei “12 etudes” per piano di Claude Debussy possono apparire quasi uno scherzo, una provocazione. Che bisogno c’era di scomodare Maurizio Pollini ed il suo Steinway tirato a lucido per ascoltare quelle scale prese pari pari dalla “tecnica giornaliera del pianista principiante”?

Ma è un’impressione, errata, che dura solo lo spazio di qualche istante. Perché subito irrompe, quasi violenta, la forza destabilizzante della modernità.

Debussy è, senza dubbio, il vero scopritore di quel continente sommerso che è l’interiorità. Può essere definito come un descrittore di paesaggi sonori (non dimentichiamo l’effettuo ‘visuale’ di brani come “Reflets dans l’eau”) ma il suo approccio è sempre impressionista. Cioè l’artista descrive le sensazioni interiori provocate dalla visione di un fatto esterno (ricordate Monet ed il suo sole che sorge?).

Debussy è scomparso, ormai da novant’anni. Morì, infatti, nel marzo del 1918 in quella sua amata Parigi in quei giorni assediata e stuprata dai cannoni prussiani.

Il tempo è passato. La “Belle Epoque” è ormai un periodo ingiallito ed essiccato dallo scorrere degli anni, mentre la forza evocativa diDebussy, au contraire, appare del tutto inattaccata.

L’esecuzione che ascolto (Maurizio Pollini -1992?-) non dimentica nulla, neppure un certo approccio matematico alla composizione, aspetto non trascurabile ed anche contraddittorio in un artista famoso piuttosto per l’assidua ricerca dell’umore, del timbro, del colore.

C’è tutto, davvero, in queste note. La cerebralità e la passione, l’ironia e la tecnica, il rispetto e lo scherzo. Ogni nota appare sé stessa e la propria antitesi. Scale che salgono mentre in realtà discendono (come nei disegni di Escher). La pace e la guerra. Ed infine l’inquietudine.

Credevate, amici miei, che il mondo fosse lo stesso, dopo la Grande Guerra? Si poteva scrivere ancora musica dimenticando i cannoni, le mitragliatrici, le macchine che macinavano uomini ed idee?

Si poteva ancora sedere al piano e fingere che tutto fosse come prima? La morte, la morte stessa stava cambiando, non era più la morte eroica dei dragoni alla carica, non era la morte guascona, moschettiera.

La modernità, carissimi, è la ridefinizione della morte e dunque, per contrappasso, del senso della vita. Ecco perché anche gli esercizi “Pour les cinq doits d’apres Monsieur Czerny” appaiono ‘disturbati’. L’allievo siede ancora alla panca e studia diligentemente gli accordi per terze, per quarte, cromatici, per moto alternato, incrociato, frigio, per toni interi.

Ma è la modernità che irrompe in quei saloni parigini. Non è la morte di Debussy che arriva. E’ la nostra ed anche se ancora respiriamo non possiamo far a meno di pensarci.

Che Dio ti benedica, maledetto Debussy!

P.s.
per la cronaca: nella foto, scattata presso l’Accademia di Francia (Villa Medici) a Roma, Claude Debussy è il personaggio al centro, con la giacca bianca.

Marco Lorenzo Faustini

Condividi.