Robert Schumann – Papillons

Oggi mi piacerebbe parlarvi di Robert Schumann (1810-1856) ed in particolare di una sua composizione giovanile, i “Papillons” (1831). Papillons -farfalle- (Op.2) è un arcipelago di idee dove, dopo sei battute introduttive, si è introdotti in una sequenza di ‘stanze’.

Appoggiandosi su temi popolari, attingendo ai molti (troppi) interessi letterari, in un mondo evocativo, popolato di esseri fantastici, ci addentriamo nello schumanniano pensiero inquieto e pieno di dubbi, nel giardino dei sentieri che si biforcano.
A momenti di serenità, di leggerezza si contrappongono spunti quasi violenti dove il pianoforte, strumento sempre al centro dell’opera (e delle ossessioni) di Schumann, riesce ad esprimere i più contrastanti sentimenti: la delicatezza delle danze, spesso su divisione ternaria (3/4, 3/8) si sfarina in motivetti semplici che formano però un intarsio delicato e “cantabile” sul quale vanno ad innestarsi i drammatici ed intensissimi “prestissimo”.

Le notevoli variazioni dei tempi metronomici, oltre alle citate variazioni di scansione danno modo all’esecutore (notevole l’interpretazione di Wilhelm Kempff) di esprimere tutta la propria abilità tecnica nonché la propria sensibilità interpretativa.

La scrittura schumanniana è, qui ed anche altrove, sempre un po’ sofferta; ricca di idee ma priva di quell’istintualità tipica di Franz Schubert (il più mozartiano dei musicisti). A Schubert Robert guarderà sempre con rispetto ed ammirazione, invidiando quell’innato senso musicale che produce capolavori quasi senza sforzo.

Schumann proverà, ma senza successo, ad essere un grande pianista (sposerà, dopo lunga battaglia col futuro suocero e suo ex insegnante di pianoforte) Clara Wieck. E Clara, pianista meravigliosa, non lo abbandonerà mai, neanche nei momenti di drammatici, neanche quando la malattia nervosa lo porterà al tentativo di suicidio e al successivo ricovero in un ospedale psichiatrico.

Troppe idee si affollano nella mente di Schumann. E, a differenza di Schubert, manca quel guizzo finale che riesce a riportare l’onda selvaggia della creatività ad un più sereno ordine superiore. In qualche modo Schumann è più ‘dissociato’ (e dunque, ahimè, più contemporaneo alle nostre attuali schizofrenie).

Attirato da Byron, da Goethe, da Schiller, dai classici greci (“Papillon” è bastato sui “Flegeljahren” -Gli Anni Acerbi- dello scrittoreJean-Paul) Schumann, a differenza di Schubert, sarà un vero intellettuale, ottimo critico musicale nonché scopritore di talenti (Brahms, Chopin, Wagner).

Ma forse sono troppe le cose iniziate insieme e mai concluse, anche se tante gemme fioriranno dalla penna di questo compositore, soprattutto per il ‘suo’ pianoforte.

E l’ossessione perfezionistica lo porterà, si dice, a perdere l’uso della mano destra. Non si sa bene se per via di un meccanismo da lui stesso inventato per migliorare l’articolazione della mano (ma a quei tempi esistevano, diffusi tra i pianisti più invasati- questa sorta di “allungadita”) o per altre meno nobili ragioni (avvelenamento da piombo oppure da mercurio -metalli utilizzati come rimedio a forme reumatiche croniche o per contrastare la sifilide?).

Questa maniacale ricerca dell’ottimo nell’esecuzione pianistica contagerà, nel tempo, un po’ tutti: dal Listz a Chopin. Ma in qualche modo la ‘menomazione’ fisica di Robert verrà da lui interpretata come segno del destino e lo spingerà definitivamente (e per la nostra gioia) verso l’attività di compositore.
Schumann ci sospinge verso la modernità. Anche se l’arte sarà, suo malgrado, sempre meno consolatoria e rasserenante e sempre più testimone di inquietudini e di divisioni.

Marco Lorenzo Faustini

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