Su Franz Joseph Haydn

Quest’oggi vorrei parlarvi di mastro Franz Joseph Haydn, grandissimo musicista austriaco vissuto tra il 1732 ed il 1809. Sto ascoltando il suo “Concerto in mi bemolle per tromba” e non riesco più a smettere.
Haydn lo compose nel 1796, quando aveva ormai 64 anni (non pochi, per l’epoca) ed era arrivato ad una celebrità tale da non dover più dimostrare nulla a nessuno.

Questa musica scroscia come un torrente di montagna, è piena di vita, e ci trascina con sé. Le note dell’ “Allegro” sono un vortice spumeggiante e brioso con una musicalità che, dietro la relativa cantabilità del tema, nasconde un mestiere ed una perizia compositiva che oserei definire impressionanti.
Del resto Haydn fu musicista fin dall’età di 5 anni; fu corista, fin quando la voce non cambiò; poi fu insegnante, poi accompagnatore e servitore del compositore italiano Nicola Porpora. Ma è l’incarico di “maestro di cappella” presso la famiglia Esterhazy che gli concesse di fare il grande salto. Nella relativa solitudine del Palazzo, sul lago di Neusiedl, poté dedicarsi alla sua arte, suonando, componendo, dirigendo, organizzando concerti.
Poi l’incontro, nel 1781, con un altro austriaco, certo Wolfgang Amadeus, per il quale Haydn proverà sempre un’ammirazione incondizionata. E Mozart (che assieme ad Haydn e Beethoven formerà una sorta di ‘santissima trinità’ della musica classica) studierà a lungo le sinfonie ed i quartetti haydniani, riconoscendone la grandezza.
Poi i viaggi a Londra, l’ascolto ‘in situ’ della musica di Handel, i successi, la popolarità.
E poi di nuovo con gli Esterhazy, ma questa volta in veste di compositore a tempo pieno.

Una vita tranquilla, in fondo, senza grandi eventi da raccontare. Una fantasia vorticosa, al contrario, opere del tutto originali, sinfonie, corali. Un carattere, si narra, orientato all’ottimismo, alla giovialità, tutti elementi che sono, in qualche modo, rispecchiati nel suo lavoro.
A duecento anni esatti dalla morte le sue note risuonano più vive che mai. Le sue invenzioni, le sue geniali intuizioni continuano a stupire. Pensate che il suo oratorio “Le ultime sette parole del Salvatore sulla Croce”, composto da sette movimenti lenti, termina con la violenza della terra che trema, del velo del tempio che si squarcia. Oggi ascoltarla fa una certa impressione, ma possiamo immaginare l’emozione che fece quando fu rappresentata, per la prima volta, in Cadice, durante i riti della Settimana Santa, nel 1787. Lo stupore, in qualche modo, non si è più spento, neppure dopo due secoli. E, come spesso concludo, ascoltare per credere!
 
Marco Lorenzo Faustini
 

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