Anni ’00: che sia morto per davvero?

 

Doppiato il capo dei 30 anni, nonostante appartenga a una generazione a cui si rimprovera di non crescere mai, mi sento già pronto per passare dall’adolescenza al pensionamento, e soprattutto ai lamenti del pensionato. E dunque nasce spontaneo il brontolio sullo stato di salute del rock, che pare non passarsela troppo bene.

E parlo del rock mainstream, del rock da classifica, quello capace di muovere le folle e riempire gli stadi con batteria pompata, riffoni di chitarra e basso martellante, quello dei cori cantati in migliaia di persone, quello di successo che segna un epoca e che è stato capace, in tutto il dopoguerra, di caratterizzare generazioni, di fissare per i posteri gli stereotipi di un decennio, di essere parte integrante del modo di vivere delle generazioni giovani.
Noi che abbiamo iniziato a interessarci di musica negli anni ’80 ci siamo subito sentiti dire che erano anni di plastica, che i ’70 erano un’altra cosa, che i Led Zeppelin, che i Queen, che i Pink Floyd, che gli Aerosmith, che…..

Tutto vero, da lì poteva solo iniziare la decadenza. Però sembrava una decadenza abbastanza lenta da infiammare ancora le passioni; avevamo i Guns, i REM, gli U2 (nota per i più giovani: si, gli U2 erano un gruppo rock) che riempivano palazzetti e stadi, e miriadi di gruppi di buona qualità e grande successo.
Poi nei ’90 tutti a dire che gli anni ’80 erano anni di plastica (e daje…), che i ’70 erano un’altra cosa, ma che insomma qualcosa di buono si poteva ancora tirare fuori, ed ecco spuntare come funghetti Nirvana, Pearl Jam, Placebo, Muse, Oasis, il botto planetario dei Red Hot… Va bene, stavamo decadendo, ma avevamo di che consolarci, no?
E poi il cambio di secolo, il millenium bug, e qualcosa sembra essersi rotto davvero.

Ok, il mercato discografico va a rotoli, ma ci dicono che le organizzazioni di concerti vanno a gonfie vele. Ma c’è qualcuno che abbia davvero successo, che sfondi tra i giovani, che se si scioglie adesso possa fare una reunion miliardaria tra 10 anni?
Boh?
Al massimo vengono in mente nomi in qualche modo regionali, visto che in USA e in UK comunque il genere continua ad avere i suoi estimatori, ma qualcuno potrebbe mai identificare una generazione con i Franz Ferdinand? Con Avril Lavigne? Con i Linkin Park? Con i Rammstein?
Questi sono i nomi rock che hanno successo di vendita in questo momento, e al di là dei giudizi di merito (che pure verrebbero spontanei) è proprio l’impatto che mi pare infinitamente minore. Voglio dire, non c’è nemmeno un Bryan Adams in questo momento capace di portare in classifica qualcosa di vagamente rock.

E forse non è solo una questione di Rock, è tutto il mondo della musica che è in crisi o quantomeno estremamente frammentato, mancano i personaggi ed i gruppi capaci di unire le masse. Forse è un bene ed è dovuto ad una maggiore consapevolezza degli ascoltatori/consumatori, ma forse si è proprio rotto qualcosa nell’idea di star system. Eppure la voglia di mobilitarsi c’è, non per niente i concerti di gente come Iron Maiden o Bruce Springsteen o Guns ‘n Roses straripano di ragazzini oltre che di fan storici.
Forse è tutta la nostra cultura ad essere a uno snodo, in un momento di crisi e di inaridimento che porta a guardare sempre solo al rassicurante passato di grandezza nell’incapacità (o nella convinzione) di eguagliare quei fasti. Probabilmente è qualcosa di insito nella natura umana, ma è pur vero che al momento sembrano mancare i naturali anticorpi a questa tendenza, ossia le novità capaci di fare un passo avanti e di relegare il passato ai libri di storia.
Mi pare significativo, ad esempio, che agli omaggi a Michael Jackson di queste settimane fosse presente una percentuale veramente alta di under 20: stiamo parlando di un artista che ha avuto l’apice del successo quando loro non erano nemmeno nati, e che ha prodotto un solo disco negli ultimi 15 anni. Possibile che sia lui ad avere segnato la generazione dei nati negli anni ’90? Pare incredibile, ma d’altronde i Tokio Hotel sono ancora tutti vivi…

Samuele Rudelli

 

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