Il decennio secondo Outune – Zona Mainstream

 

Un po’ tardi? Forse, ma a volte conviene prendersi un mese in più e analizzare bene la situazione. Eccovi il nostro resoconto sui dischi e gli artisti che hanno segnato il decennio appena trascorso. Il sound degli anni ’00, senza limiti di genere, passando da quelli che conoscono tutti, a quelli che solo alcuni ascoltano. Mancherà questo oppure quell’altro, ma sicuramente molti dei presenti hanno lasciato qualcosa di grosso tra il 2000 e il 2009, hanno fatto parlare di sé e hanno colpito un folto pubblico, che poi vi piacciano o meno questo è un altro paio di maniche…

 

Radiohead – Kid A (2000). Questi hanno capito tutto parecchi giri prima degli altri. Non ci tengono particolarmente a farcelo capire pure a noi (il nuovo corso fatto di musica minimalista e frammentata mista a jazz e paesaggi sonori può essere un attimo indigesta), ma hanno comunque e sempre l’abilità di trasmettere la sensazione di ascoltare qualcosa di speciale. Può sembrare una frase inutile, ma questi hanno riscritto la musica sia negli anni ’90 che in questa decade.

Linkin Park – Hybrid Theory (2000). Sorti dalle ceneri del rap metal e del nu metal fine anni ’90, sintetizzano il sound della generazione dei lettori mp3, degli album scaricati e dei divx. “In The End” è il tormentone che in pratica li ha affossati. Il sound del futuro che è già passato, ma per un po’ sono stati la cosa più pesante che si potesse ascoltare cercando anche di rimorchiare una fighetta.

Eminem – The Marshall Mathers LP (2000). Abbiamo dovuto controllare su Wikipedia, perché Eminem ci sembrava così antico da ricordarcelo degli anni ’90. E invece questa decade è stata così pazza che, per un certo periodo, il più grande rapper del mondo era bianco e il più grande golfista del mondo era di colore. Ora i video assurdi di Eminem sembrano non far più ridere nessuno, ma all’epoca il biondino ne aveva sparate tante in effetti…molte di più di qualsiasi altro rapper….

Britney Spears – Oops!…I Did It Again (2000). Dai oh non c’è neanche da stare a discuterne. Nell’arco di una decade: ascesa, caduta e ritorno. Nel bene e nel male, ci ricorderemo di lei per sempre.

Disturbed – The Sickness (2000). Già dati per spacciati in partenza (avendo perso il treno nu-metal), gli americani hanno imposto i loro ritmi elettro/tribali costruendosi una carriera di tutto rispetto e cambiando per sempre il mondo delle musiche di ingresso dei lottatori. Dai su, se ascoltate i Disturbed mentre entrate a scuola vi viene voglia di ribaltare i banchi e prendere qualcuno a pizze in faccia…

Vinicio Capossela – Canzoni A Manovella (2000). Si afferma definitivamente (finalmente) il massimo cantautore della penisola. Un po’ pazzo e ubriaco, un po’ obliquo, mai scontato. Come guarda (e come racconta) la terra vista dalla sua luna è una roba unica.

Gorillaz – Gorillaz (2001). Essere una band virtuale è già tanta roba. L’idea viene a Damon Albarn (Blur) e al fumettista Jamie Hewlett, il singolo “Clint Eastwood” fa esplodere il fenomeno e un sacco di gente vuole collaborare con loro e altrettanti comprano il disco. Geniale, alternativo e stiloso.

Rammstein – Mutter (2001). Tra le grandi promesse di fine anni ’90, i tedeschi hanno conquistato il mondo coi loro ritmi da passo dell’oca, i loro testi incomprensibili e i loro live incendiari (nel senso letterale del termine). Conquistate le arene di mezzo pianeta, i sei dimostrano una coesione, una convinzione e una decisione senza pari. E i loro video sono fichissimi.

The Strokes – Is This It (2001). Ad un certo punto, e soprattutto per colpa loro, a inizio del decennio sono impazziti tutti quanti per il ritorno del garage rock. Ma una roba assurda, del tipo che gli inglesi ci sono stati sotto malissimo e sono tornate robe indecenti come indossare le All Star con giacca e cravattino.

Slipknot – IOWA (2001). I nove mascherati sono riusciti nella grande truffa del rock’n’roll: convincere tutti che non erano metallari (col bellissimo self titled, che è uscito nel 1999 ma ha ottenuto sempre più successo con gli anni quindi va bene lo stesso) quando non andava di moda il metallo, e poi professarsi salvatori del metallo quando il metallo è tornato di moda. Il loro modulo a nove, la loro originalità e la loro furia sono comunque indiscutibili.

Jay Z – The Blueprint (2001). L’evoluzione del rap nonché la maturazione di molti artisti sotto la sua ala (vedi la consorte Beyoncè) passa attraverso le capaci manone di Jay-Z. Il rapper americano incarna il ritorno di fiamma per lo yuppismo più sfrenato, portando giovani di colore a sognare di essere più amministratori delegati che papponi o gangsta. Album non tutti all’altezza del primo, ma l’impronta della sua opera è indelebile.

Kylie Minogue – Fever (2001). Consacrazione definitiva a stella nella terza decade di attività come artista dance, sex symbol e sopravvissuta a tante brutte cose.

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