Il decennio secondo Outune – Zona Underground

Un po’ tardi? Forse, ma a volte conviene prendersi un mese in più e analizzare bene la situazione. Eccovi il nostro resoconto sui dischi e gli artisti che hanno segnato il decennio appena trascorso. Il sound degli anni ’00, senza limiti di genere, passando da quelli che conoscono tutti, a quelli che solo alcuni ascoltano. Mancherà questo oppure quell’altro, ma sicuramente molti dei presenti hanno lasciato qualcosa di grosso tra il 2000 e il 2009, hanno fatto parlare di sé e hanno colpito un folto pubblico, che poi vi piacciano o meno questo è un altro paio di maniche…

Godspeed you Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000). 4 suite per quasi 2 ore di musica. Un sound che gli ha resi celebri. L’iceberg del rock orchestrale, strumentazione rock vicino a quella classica in cui ognuna delle parti è esaltata. Una colonna sonora onirica. Archi, chitarre e percussioni prima statici e magmatici quindi lanciati in picchi di un intensità eccezionale.

The For Carnation – The For Carnation (2000). Gli Slint sono stati una delle band che ha rivoluzionato il rock nei 90 e Brian McMahan è una delle figure fondamentali di quegli anni. Dopo l’esperienza con gli Slint questo progetto porta in grembo la possibile estensione/sviluppo di quel gruppo, lontano dai cloni/affini che si sono susseguiti a livello internazionale in tutti questi anni. Pause e sospiri in un suono più diradato con dinamiche impercettibili creando un’ansia subsonica.

Electric Wizard – Dopethrone (2000). Questa band inglese ha portato lo stoner/doom a livelli di marciume e pesantezza sonori mai uditi prima. “Dopethrone” è il loro capolavoro, nonché un incredibile ammasso di sporchissimi riff sabbathiani, slabbrature alla Sleep, urla belluine, cadenze distorte e incubi indotti da sostanze psicotrope. Un gruppo fondamentale in ottica underground.

Nevermore – Dead Heart In A Dead World (2000). Abbiamo pensato tutti che sarebbero diventati il riferimento di una scena intera nel giro di un lustro. Non ce l’hanno fatta ma il disco in questione è indimenticabile. Il picco creativo della band metal più ‘modern’ di quegli anni, all’epoca mostruosa anche sui palchi di mezzo mondo.

At The Drive In – Relationship Of Command (2000) + The Mars Volta – De-loused In The Comatorium (2003). All’inizio erano gli At the Drive in, che a cavallo tra 90 e 00 si son dimostrati incendiari reucci mondiali del post hardcore (Black Flag a braccetto con i Fugazi). Poi il cambio di ragione sociale e la musica che diventa un sabba ancestrale prog e hard.

cLOUDDEAD – cLOUDDEAD (2001). L’hip hop si fa nebuloso. Le basi diventano ambient-indie-avanguardia. Da qui nascerà per la decade un nuovo modo di vedere e sentire il genere. Lontano da catene, dollari e ragazze seminude. L’etichetta Anticon, con il suo manipolo di artisti, distruggerà lo stereotipo della black music contemporanea. Benvenuti nel mondo del post hip hop.

Hood – Cold House (2001). La band appartiene a quella scena inglese che non fa parte del classico ambiente musicale anglosassone ma che fa riferimento al suono americano più sperimentale. Con questo disco, attraverso gli anni, gli Hood sono cresciuti passo dopo passo con parecchia classe. le loro atmosfere dolci e il cantato malinconico si sono imbastardite con l’elettronica fatta di glitches e blips. Ne è venuto fuori un prodotto pieno di introspezione e spleen tra indie USA e post hip hop alla Anticon.

Opeth – Blackwater Park (2001). Note confinate nella penombra di qualche maniero, lunghe suite gotico – progressive, gusto per l’inciso acustico, velleità onirico – fantastiche: gli Opeth hanno trasformato il death metal in qualcosa di aulico e nostalgico. “Blackwater Park” è la loro pubblicazione più rappresentativa, e anche quella che li fece conoscere al grande pubblico (metallaro, s’intende).

Neurosis – A Sun That Never Sets (2001). La band di Oakland aveva già dato parecchio nella decade precedente, con il post – hardcore espressionista di “Through Silver In Blood” (1996). Ma con “A Sun That Never Sets” crea un altro capolavoro, concentrandosi maggiormente sulla fusione di folk apocalittico, sludge, incubi gotici (Swans) e tribalismi ancestrali. Violenza sempre meno fisica e sempre più psicologica, ma i Neurosis continuano ad atterrire.

Converge – Jane Doe (2001). Se domandi in giro ‘un disco che ha influenzato l’hardcore degli anni Zero’, 70 persone su 100 diranno “Jane Doe”. Uscito ad inizio millennio, una settimana prima della caduta delle certezze degli Stati Uniti (sotto forma di polverizzazione delle Twin Towers), una release che ha influenzato intere generazioni e capace, insieme ai The Dillinger Escape Plan, di reinventare un genere.

Breach – Kollapse (2001). Quest’opera della band svedese è uno dei capolavori più misconosciuti del post – hardcore. Dopo la sua pubblicazione il complesso si sciolse, ma alcune intuizioni di “Kollapse” erano e rimangono geniali. In undici pezzi i Nostri passano dalla violenza parossistica a digressioni di post rock etereo che potrebbero esser state pensate dai Tortoise. Eccezionale.

Interpol – Turn On The Bright Lights (2002). Cure, Joy Division, il dark, la new wave. Gli anni zero sono stati un pout purri di ritorno di quei suoni. E questo disco è stato uno di quelli che qualitativamente ha rivitalizzato la scena di NY City. E a ha fatto proseliti e ulteriori allievi.

Boards Of Canada – Geogaddi (2002). Astrali e cosmici dalla Scozia. Uno degli approdi della musica elettronica moderna. Suoni sintetici, eterei, fluttuanti per un ambient sognante. Un viaggio sonoro e insieme uno sguardo al futuro, con malinconia. Figli di maestri del passato come i Kraftwerk sono i più ispirati interpreti della new wave elettronica che proviene dagli studi della Warp Records (Autechre e Aphen Twix hanno fatto grande la decade passata).

Sigur Rós – ( ) (2002). Non sembravano una cosa totalmente nuova. Sempre post rock, con un po’ di archi e gran cori spaziali. Ma forse l’impalpabilità, il gelo dell’Islanda, e un cantato in una lingua inventata creano un caso che via via negli anni ha un successo sempre più vasto. Praticamente alla fine di questi anni vengono considerati arty e coinvolgenti dal vivo tanto quanto i Radiohead.

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