Il disco della vergogna

La notizia del ritorno in studio dei “Queen” ha scatenato polemiche e discussioni. Ecco una chiave di lettura a quanto annunciato da Brian May qualche tempo fa…

Ha senso parlare di Queen senza Freddy Mercury?

I cambi di formazione all’interno di un gruppo non piacciono ai fan, ma, sicuramente, non si può negare che siano spesso funzionali, quando non proprio necessari. Esistono però musicisti insostituibili, la cui assenza farebbe letteralmente collassare l’economia interna di una band… i Beatles avrebbero avuto un senso anche senza Ringo Star, ma non senza John Lennon; di esempi così ne potremmo fare infiniti, ma sarebbe poco utile, perché divagheremmo.

Il concetto di cui sopra, applicato ai Queen, ci dice che Brian May e Freddie Mercury erano i due veri elementi indispensabili alla band. Per 20 anni i brani sono stati marchiati a fuoco dallo stile di May e da quel suono di chitarra così peculiare a cui ha sempre fatto sponda l’inarrivabile ‘voce regina’ di Mercury. Ma l’impronta di Freddie è ancora più profonda: lui fondò il gruppo, lui ne decise il nome, lui ne disegnò il logo. Di più, Mercury era l’immagine stessa dei Queen, con i suoi eccessi, le sue stranezze, il suo genio. Il nome Queen evoca immediatamente l’immagine di un ragazzo con i capelli neri lunghi e lisci vestito di pallette (questo per i più anziani, ai giovani verrà in mente un uomo baffuto in mantello regale e corona), non il camicione da ‘angelo’ e i ricci di Brian May, non le mèches di Roger Taylor e nemmeno i silenzi e il distacco di John Deacon. Inoltre, Mercury è stato anche il maggior compositore della band e anche questo aspetto non può essere trascurato. Quindi, se ancora non è chiaro, Freddie Mercury era l’incarnazione stessa del ‘concetto’ dietro la band nota come Queen.

Con la morte del cantante, i nostri hanno quindi perso la loro stessa identità, per questo abbiamo storto il naso davanti a Made In Heaven, opera oscena dal gusto necrofiliaco in cui venivano raschiati anni di archivi, per giunta con un pizzico di malafede (ricordiamo infatti ‘Heaven For Everyone’, già pubblicata nel 1987 dai The Cross, progetto di Roger Taylor, ripulita e data in pasto alle folle). Abbiamo detto no ai concerti con Paul Rodgers, perché macchiati dall’assenza di John Deacon. Benissimo un concerto dei Queen, ma, tolto Mercury, non bastano May e Taylor per chiamarsi Queen. Il fatto di vedere coinvolto Spike Edney (già gregario dei nostri da A King Of Magic) e non John Deacon ha portato a farsa di questa ‘reunion’ al livello altissimo precedentemente raggiunto solo dei Doors (ricordiamoli con Ian Astbury alla voce e Stewart Copeland alla batteria), senza nulla togliere a Paul Rodgers, cantante di razza e dal pedigree di tutto rispetto.

La notizia di un disco a nome Queen dovrebbe suonare per ogni vero sostenitore della band come un insulto fatto e finito. Di nuovo, May e Taylor a dirigere la baracca assieme a gregari di lusso (nuovamente Paul Rodgers a fare le veci di Mercury e non sappiamo ancora chi a far quelle di Deacon). Su 4 elementi 2 sono assenti, uno di questi era il perno attorno a cui girava la band, l’altro è vivo, ma, grazie al cielo, non si presta a queste stronzate.

A nostro avviso, il nome Queen potrebbe essere utilizzato solo a due condizioni: la prima è avere John Deacon della partita; la seconda è che a far le veci di Mercury fosse una rosa di cantanti diversi. In questo modo non ci sarebbe quel sospetto di sostituzione bensì un’aura di rispetto per il compianto e insostituibile artista e per le sue straordinarie doti vocali. D’altronde non scopriamo oggi che la duttilità vocale e stilistica di Mercury non hanno avuto pari in tutta la storia del rock. Tante voci, quindi, quanti erano i registri vocali di Freddie.
Senza il rispetto di queste condizioni, la baracca messa su da May e Taylor può, al più, fregiarsi del titolo di ‘cover band ufficiale’.

Attenzione, ci piacerebbe tanto ascoltare nuove composizioni del biondo e del ricciuto, ma le premesse devono essere altre. E’ bellissimo che vadano avanti, ma lo facciano sotto altro nome, magari anche richiamando quello originale con qualche arguto gioco di parole e magari anche con Deacon che, oggi, sembra l’unico a voler rispettare la memoria di Mercury. Perché, parliamoci chiaro, così sembra che May e Taylor abbiano solo dei problemi ad arrivare a fine mese più che velleità artistiche.

S.D.N.

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