Mary In The Junkyard – ‘Role Model Hermit’: debutto cinematografico che bilancia grinta e grandezza

Mary In The Junkyard – 'Role Model Hermit': debutto cinematografico che bilancia grinta e grandezza

Il trio londinese Mary In The Junkyard soprannomina sfacciatamente il proprio sound “wey caos rok”, ma spesso evoca qualcosa di molto di più: un’intricata magia intrecciata dall’occhio poetico e osservatore della cantante e chitarrista Clari Freeman-Taylor e dagli arrangiamenti a ruota libera, ugualmente permeati da robusti contemporanei carichi di matematica ed eleganti stili classici. Dopo un paio d’anni instancabili e avventure negli Stati Uniti (incluso un tour di due mesi con Wet Leg), il primo Copertina Music Attitude le stelle sono passate dal corteggiare il brusio della Corsica al contare i fan di Marina Abramović.

Di fronte al tanto atteso debutto su questa nuova base, ‘Role Model Hermit’ si apre in modo autoriflessivo: “È tuo, tesoro, te lo meriti” Freeman-Taylor si pronuncia su ‘Mantra III’, gli art rocker desiderosi di affrontare il grande momento con grinta. Seguono i groove di David Addison, propulsivi e costanti: “Blood” è una versione incisiva dell’amore distorto, mentre la chitarra selvaggia di “Seek And Destroy” traccia un ritratto meditabondo di auto-sabotaggio.

Freeman-Taylor rimane il motore elastico del trio – “Abbraccio il tuono e il fulmine… sono una creatura dotata solo di istinto”proclama in “New Muscles” su un ritmo di danza insistente, passando da confessionali sommessi e ululati raschianti. Ma la sicurezza e la struttura nervosa del disco nella prima metà costituiscono anche una trappola, a volte più costrizione che canale per il carisma naturale del trio. La forza più rilassata di “Peter The Dog” e la pulsazione folk-rock di “Myrtle” sembrano fresche, avvincenti, ma quasi troppo contenute.

Solo con ‘Crash Landing’ il disco trova una svolta. Freeman-Taylor incanala la sua Sue Tompkins interiore su un drone di armonio saltellante, balbettando e librandosi in una evocativa interpretazione della chiusura. La viola di Saya Barbaglia svolge un gioco di equilibrio ribollente in tutto il film, a volte temperando la serena costruzione del mondo del trio, mentre altrove evoca violente tempeste. Nell’oscura “Thou Shalt Sprout”, Addison mantiene un ruolo paziente, supportando armonie favolose che evocano storie di sacrifici familiari. Nella seconda metà, la musica sembra ancora una volta un patto condiviso per sognare, strutture che costruiscono e si snodano.

È in quella fluidità collettiva che risplende il singolare carisma del trio: giocoso, poetico, toccante. La teatralità culmina nella più vicina “Mouse”, un racconto oceanico ispirato dalla gelida grandezza dell’Islanda su un post-rock in stile Dirty Three. Freeman-Taylor fa scontrare note di desiderio contro glaciali pareti di suono prima che il rumore degli archi di Barbaglia sbricioli l’arrangiamento, presentandosi come se rosicchiasse la loro stessa fantasia.

Quando i momenti sul widescreen finiscono, un’adolescente Freeman-Taylor sembra ancora tenere la chiave, come se ricordasse questa nuova realtà. “Voglio che tu mi conosca attraverso le mie canzoni / Sono molto più pulite di qualsiasi cosa potrei dire,” canta da solista in ‘Candelabra’, scritta “molti anni” prima del grande momento della band. È assolutamente onesto su una chitarra classica gentile, adornata solo da una risatina veloce prima che inizi la ripresa. A volte la magia sta tutta nei dettagli, grandi o granulari.

Dettagli

  • Etichetta discografica: AMF
  • Data di rilascio: 3 luglio 2026